Torino, la violenza come alibi

Torino, l’altro ieri, ci ha consegnato l’ennesimo video da condividere con rabbia: un agente isolato, il corpo che cade, i colpi che arrivano, un atto condannabile.  E subito dopo il copione già visto: “Ecco come sono fatti”, “Ecco chi sono davvero”, “Altro che diritti”, “Altro che democrazia”.

Poi c'è un'altro pezzo di storia — quello che spesso sparisce a seconda di chi racconta — le cariche: manganellate su persone che, in quel momento, appaiono inermi, e lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, come riferiscono alcune testimonianze dal posto e come mostrano le immagini che stanno
circolando.

Colpisce soprattutto è la velocità con cui ci siamo sistemati dentro una storia già scritta: ognuno con la sua clip, ognuno con la sua sentenza.

Così scompaiono, come al solito, le tante persone e le tante ragioni che erano in strada: contro il riarmo, contro il governo, a difesa di spazi sociali che per una parte della città non sono “simboli”, ma pezzi di vita e di comunità. Una manifestazione grande, in larga misura pacifica — che nel racconto pubblico finisce schiacciata tra due immagini opposte.

Già nell’articolo “Un’urgenza politica nelle lotte per i diritti, la pace, la Palestina e l’Ucraina” di pochi mesi fa, mi ero soffermato su come la violenza non fa bene a nessuna causa, anzi la indebolisce: da l’alibi al potere di reprimere ogni tipo di dissenso. 

Qui torna utile Helder Câmaraarcivescovo cattolico brasiliano, che descriveva la spirale di violenza distinguendo senza ambiguità — e senza fare sconti a nessuno — tra tre livelli.

La prima violenza è l’ingiustizia strutturale del potere: quella che apre la frattura e alimenta esclusione, umiliazione, rancore sociale. La seconda violenza è la ribellione che diventa violenta: trasforma la protesta in scontro e brucia, spesso in un attimo, la possibilità di essere ascoltati. La terza violenza è la repressione, legittimata dalla seconda ed esercitata in nome dell’ordine: una risposta che colpisce, irrigidisce, allarga la ferita invece di chiuderla — e finisce per generare nuova ingiustizia, dando benzina al fuoco.

Câmara condannava tutte le violenze, ma rifiutava di metterle nello stesso sacco: proprio perché, se non si riconosce la prima, le altre due tornano. E la spirale ricomincia.

A Torino questo schema si vede bene. L’innesco è una ferita politica — lo sgombero del centro sociale Askatasuma, vissuto da alcuni come scelta legittima e da altri come sopruso che si inserisce dentro le scelte sul riarmo, le retoriche di guerra che chiedono unità e obbedienza, e la tendenza a restringere lo spazio del dissenso, a criminalizzare le piazze, a trasformare ogni protesta in minaccia. Così la catena corre: piazza, tensione, cariche, reazioni, feriti, video. Ogni passaggio diventa la giustificazione del successivo. Ognuno prende un frammento e lo usa come prova definitiva. E intanto la spirale si stringe: più paura, più odio, più voglia di “farla finita” con l’altro.

È così che funziona la spirale di violenza: ti prende quando smetti di vedere persone e inizi a vedere categorie. “I poliziotti”. “Gli antagonisti”. “I violenti”. “Lo Stato”. Etichette comode: non devi più ascoltare, non devi più capire, non devi più distinguere. Ti basta scegliere da che parte stare e urlare più forte.

E noi? Noi ci entriamo quando ci accontentiamo del frame. È lo stesso meccanismo che vediamo nei conflitti armati: la gara della conta dei morti. “Ne avete uccisi di più voi”. “No, di più noi”. Come se il dolore fosse una classifica. Come se i numeri servissero a fare giustizia, e non a costruire propaganda. Ogni vittima diventa un argomento, ogni argomento diventa benzina. E intanto spariscono le persone, restano solo le bandiere.

E invece no. Io non ci sto a questa sceneggiatura già scritta migliaia di volte.

Perché la verità — quella scomoda — è che nella spirale ci entrano in tanti, spesso senza neppure volerlo. Ci entra chi decide che lo scontro fisico è un linguaggio politico. Ci entra chi pensa che l’ordine pubblico sia l’unica grammatica possibile per governare la piazza. Ci entra chi vive di escalation, perché l’escalation produce identità, follower, consenso, carriere. Ci entra chi spaccia un video come una sentenza universale e ci costruisce sopra il suo piccolo tribunale quotidiano.

Mi rendo conto che anche questo discorso rischia di finire nel frame. Per questo provo a dirlo in modo più preciso: non serve compilare liste morali dentro i movimenti, serve una linea politica. E la linea è questa: la violenza non è “radicalità”, è un cambio di terreno che sposta tutto sull’ordine pubblico, regala al governo l’alibi della stretta e mette in difficoltà chi manifesta pacificamente.

Non lo dico per assolvere lo Stato: le cariche, le manganellate, i lacrimogeni usati male non sono “dettagli”, sono parte della spirale. Lo dico perché se vogliamo difendere davvero il diritto di dissenso, dobbiamo togliere benzina all’ingranaggio: tenere aperto lo spazio politico, non consegnarlo alla guerra di immagini. Per questo è necessario fermarsi un passo prima. Condannare la violenza, tutta, senza ambiguità. Ma anche rifiutare che venga usata come pretesto: per cancellare le distinzioni, restringere diritti, criminalizzare il dissenso, normalizzare l’eccezione. Perché quando la risposta è solo forza, la politica abdica. E quando la politica abdica, la spirale non si spezza: si istituzionalizza.

Certo servirebbero movimenti più maturi ma sopratutto una politica credibile. Perché la maturità non nasce per decreto, né si impone con gli appelli. Si costruisce quando c’è una linea riconoscibile, quando le parole hanno un seguito nelle scelte, quando c’è una politica che se governa non chiede responsabilità mentre arretra sulla pace e è ambigua il riarmo.

È inutile invocare nonviolenza come valore astratto se poi la politica accetta la logica della guerra e del nemico come orizzonte inevitabile. In questo scarto si perde autorevolezza. Ed è in questo vuoto che la spirale trova spazio.

Torino non è un caso isolato. È uno specchio.

La domanda non è da che parte stare in una rissa già raccontata.
La domanda è se vogliamo continuare a girare dentro lo stesso ingranaggio — o se siamo ancora capaci di romperlo.



Liste di leva: il manifesto che fa rumore, ma non richiama nessuno

In questi giorni sui social di Bracciano - ma anche in altri Comuni d’Italia - gira il manifesto comunale sulla “Formazione della lista di leva” (per i nati nel 2009). E con l’immagine arrivano reazioni immediate: chi si allarma (“ci risiamo”), chi la butta sul moralismo (“finalmente raddrizzano questi giovani smidollati”).

Capisco il fermento: la parola leva si porta dietro un immaginario pesante, un mondo intero di simboli, paure e nostalgia del “rigore”. Ma qui va detto con chiarezza: quel manifesto non è una chiamata alle armi.  È un adempimento amministrativo previsto dalla normativa, che continua a essere ripetuto anche se il servizio militare obbligatorio è sospeso (le chiamate sono sospese dal 1° gennaio 2005, per effetto della legge 23 agosto 2004 n. 226). 

Infatti la procedura è prevista dal Codice dell’Ordinamento Militare: ogni anno i Comuni rendono noto – con un manifesto – che i giovani di sesso maschile che compiono 17 anni devono essere inseriti nella lista di leva del Comune dove hanno il domicilio legale. Non è una “novità” del 2026: è una prassi ordinaria (e poco sensata aggiungo io) che i Comuni continuano a fare per legge, anche se la leva obbligatoria è sospesa da anni — come se le amministrazioni comunali non avessero di meglio da fare, con gli organici ridotti all’osso negli ultimi anni.

Sospesa, non abolita

Il punto è che la Leva è “sospesa, non abolita”. Essendo sospesa, nella testa di molti diventa subito “riattivabile”. E allora il salto emotivo è facile: o paura (“ci stanno arruolando”), o nostalgia punitiva (“un po’ di disciplina a questi giovani ci vuole!”).

Ma la realtà, oggi, è molto più prosaica: non c’è alcun ordine di presentarsi, nessuna mobilitazione, nessun richiamo. È burocrazia, con un linguaggio che oggi suona fuori tempo, in barba anche alle parità di genere.

Può tornare la leva “domani”? No. Dopodomani? “Dipende” (ma non dai Comuni)

Se mai la leva dovesse essere ripristinata, non potrebbe avvenire per iniziativa di un Comune o con un manifesto: servirebbero atti formali dello Stato e condizioni politiche e istituzionali straordinarie come la deliberazione dello stato di guerra o una grave crisi internazionale che richieda un aumento degli organici.

E no: non lo decide il Sindaco Marco Crocicchi. Anche se — lo dico sorridendo — se potessi scegliere a chi mettere in mano un potere del genere, preferirei il mio Sindaco che certi nazionalisti nostalgici da salotto.

Il vero punto: il clima

Questo allarme diventa credibile perché oggi la guerra e gli arruolamenti entrano prima nelle parole che nei fatti: nel linguaggio pubblico, nelle priorità, qualche volta nelle scuole, nella retorica della “durezza” come scorciatoia educativa, nell’accettazione supina delle logiche di guerra che stanno in giro per il mondo da parte dei nostri governanti.

Se per mesi senti parlare di “nemici”, di “riarmo inevitabile”, di “sicurezza” come unica bussola; se vedi che la politica alza i toni e abbassa le domande, allora basta un manifesto con scritto lista di leva per far scattare l’immaginario: “ci stanno preparando”.

E intanto, anche se qui non si spara un proiettile, qualcosa si muove lo stesso:

  • si normalizza l’idea che la risposta ai conflitti sia la forza;
  • si accetta che la paura diventi metodo di governo;
  • si rispolvera la retorica del “servono uomini duri”, come se la fragilità fosse una colpa e non una condizione umana.

Il punto non è negare che il mondo sia pericoloso. Il punto è non lasciarsi trascinare in un clima in cui la guerra diventa un’abitudine mentale inevitabile: si insinua nelle parole, orienta le scelte, riscrive i bilanci, restringe i diritti.

E se un giorno la leva militare tornasse davvero? C’è l’obiezione di coscienza

Se un domani lo Stato ripristinasse la leva, resta un punto fermo: la Legge 230/1998 sul diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare.

È un diritto — riconosciuto in Italia e nella maggior parte dei Paesi europei — a non ottemperare a un obbligo dello Stato quando entra in conflitto con la propria coscienza. E non nasce a caso, né è una scorciatoia. Nasce da lotte e scelte personali pagate a caro prezzo, quando dire “no” all’arruolamento significava processi e carcere.

Prima del riconoscimento pieno del 1998, c’è stata una lunga storia che passa anche dalla prima legge sul tema, la 772/1972, figlia di un conflitto culturale e civile durato anni, che ha coinvolto: cristiani, socialisti, anarchici, nonviolenti e pacifisti.

È, in sostanza, il riconoscimento che la coscienza non è un capriccio: è un principio democratico, un limite al potere quando lo Stato pretende di entrare nella parte più intima di una persona (la propria coscienza appunto).


Alla fine, quindi: non confondiamo la realtà. Un manifesto non è una guerra che arriva (lo so, fanno di tutto per farcelo credere).

Però può essere, oggi più che mai, un’occasione utile: parlare alle nuove generazioni di coscienza, di scelte, di responsabilità, di nonviolenza, di cosa vuol dire “servire” una comunità senza consegnare la propria umanità ai giochi di guerra dei potenti o alla propaganda bellicista.

Perché le società libere non si difendono solo con le armi: si difendono anche con persone capaci di pensare, dissentire, restare umane. E se vogliamo scongiurare il prossimo arruolamento, si cominci da subito — ognuno come può — a lavorare per la pace e la giustizia: nel proprio quartiere, nella propria comunità, rifiutando la logica binaria del nemico o amico, indignandosi con forza davanti alle storture dell’umanità e costruendo ponti di solidarietà tra noi e gli altri.

A Bracciano, nel nostro piccolo, questo lo stiamo già provando a fare con il Cantiere di Pace: uno spazio aperto di partecipazione e lavoro comune che tiene insieme l’Amministrazione, le associazioni, i cittadini, le cittadine e le realtà del territorio, per trasformare la pace da parola astratta a pratiche concrete — dialogo, educazione, incontri tra popoli e iniziative solidali capaci di fare comunità.

Perché la pace, solo quando la costruisci ogni giorno, smette di essere un cumulo di “buone intenzioni” e diventa qualcosa che regge anche quando arriva la paura.


Venezuela: Il diritto “fino a un certo punto” è la strada verso la guerra

Lo abbiamo già visto: Palestina, Libia, Ucraina, Iran. E lo vediamo anche in Europa: quando “ordine pubblico” diventa la parola magica per criminalizzare il dissenso, anticipare la punizione, stringere con decreti sicurezza che vanno in contrasto con le garanzie costituzionali . Ogni volta è “un’eccezione”. Ma quando le eccezioni si ripetono, diventano regola. E allora il confine che si sposta non è geografico: è quello tra diritto e forza. Quando lo spostano i più forti, il precedente diventa globale.

Oggi gli Stati Uniti stanno normalizzando l’idea che una superpotenza possa entrare nella sovranità altrui, compiere un’operazione militare e “prelevare” un capo di Stato. Se accettiamo questo, non stiamo commentando un episodio: stiamo accettando un cambio di regole.

Perché qui non è in gioco solo chi governa a Caracas. È in gioco un principio essenziale: la forza non può sostituire il diritto. Quando la politica internazionale si muove a colpi di blitz, la legge diventa un accessorio. Oggi lo fai contro un Paese definito “canaglia”, domani contro chiunque intralci interessi strategici. È così che nasce un mondo più instabile, più armato, più incline alla vendetta.

E qui entra in scena l’Italia. La nota di Palazzo Chigi prova a tenere insieme due cose che, in realtà, si contraddicono: da un lato dice che la via militare non è la strada; dall’altro definisce legittimo un intervento se lo si etichetta come “difensivo” contro presunti “attacchi ibridi” legati al narcotraffico. È un equilibrio finto. Perché nel momento in cui rendi legittimo il blitz, hai già accettato che la regola non sia più il diritto: sia la forza.

Questa è l’irresponsabilità: spostare il confine della legalità un centimetro più in là crea un precedente enorme. E del resto parliamo dello stesso governo il cui ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha recentemente  liquidato il tema dicendo che “il diritto internazionale è importante, ma fino a un certo punto”. Se il diritto vale “fino a un certo punto”, allora non è più diritto: è un argomento a convenienza. E un diritto internazionale “a geometria variabile” non è un dettaglio da addetti ai lavori: è la porta spalancata a un mondo in cui la guerra diventa pratica amministrativa e la sovranità un concetto negoziabile.

E dentro quegli interessi c’è un nome che non si può ignorare: petrolio. Il Venezuela è una delle più grandi riserve energetiche del pianeta e, ogni volta che Washington parla di “sicurezza”, “ordine”, “lotta al crimine”, resta sempre sospesa la stessa domanda: chi decide davvero, e in base a cosa? La storia insegna che le “ragioni morali” sbandierate dalle potenze finiscono spesso per coincidere troppo bene con convenienze materiali.

Qualcuno dirà: “Ma Maduro…”. Sì, certo: nessuna repressione interna è difendibile e nessuna violazione dei diritti va minimizzata. E va detto con chiarezza: nessuna rivoluzione sedicente socialista è accettabile se si regge sulla violenza di Stato e sulla violazione dei diritti umani. Non perché i diritti siano un lusso “occidentale”, ma perché sono la sostanza della liberazione. Quando uno Stato tortura, imprigiona arbitrariamente, cancella il dissenso e governa con la paura, non sta difendendo il popolo: sta difendendo se stesso.

Ma proprio per questo esiste il diritto internazionale: per evitare che la punizione del male diventi un male più grande, e che la giustizia venga sostituita dall’arbitrio.

Se oggi passa l’idea che “se sei abbastanza forte puoi farlo”, allora la domanda non è se questo modello si espanderà. La domanda è dove e quando. E l’Europa non è fuori da questa logica: è dentro la stessa partita di dipendenze energetiche, equilibri militari e ricatti geopolitici.

La linea dovrebbe essere semplice e non negoziabile: condanna dell’imperialismo, rifiuto delle scorciatoie militari, difesa di regole uguali per tutti. Perché quando le regole valgono solo per alcuni, prima o poi non valgono più per nessuno.

Un’urgenza politica nelle lotte per i diritti, la pace, la Palestina e l’Ucraina

C’è un equivoco che ritorna sempre, come un riflesso automatico: pensare che la 𝐧𝐨𝐧𝐯𝐢𝐨𝐥𝐞𝐧𝐳𝐚 sia una scelta comoda. Una zona neutra. Una fuga dal conflitto.

È l’opposto.

In realtà, oggi la nonviolenza è una 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢𝐭𝐚̀ 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚, non soltanto un esercizio morale. È una scelta di efficacia, in un tempo in cui gli 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐢 si stanno restringendo e il conflitto viene progressivamente espulso dalla sfera politica.

Viviamo una fase in cui il conflitto sociale e politico non è più considerato parte fisiologica della democrazia, ma trattato come un problema di 𝐬𝐢𝐜𝐮𝐫𝐞𝐳𝐳𝐚. Le domande di giustizia diventano rischi da contenere, le mobilitazioni minacce da prevenire, il dissenso qualcosa da sorvegliare e, sempre più spesso, da reprimere.

Negli Stati Uniti, strumenti come il 𝐍𝐚𝐭𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥 𝐒𝐞𝐜𝐮𝐫𝐢𝐭𝐲 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐢𝐚𝐥 𝐌𝐞𝐦𝐨𝐫𝐚𝐧𝐝𝐮𝐦 𝐍𝐒𝐏𝐌-𝟕 rendono esplicita questa direzione: categorie vaghe, definizioni elastiche, un uso politico della nozione di “𝐭𝐞𝐫𝐫𝐨𝐫𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐨” che può inglobare dissenso, attivismo e critica radicale. Antifascismo, anti-americanismo, anti-capitalismo, ostilità verso modelli “tradizionali”, posizioni su migrazione, genere o diritti civili diventano 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐨, non più opinioni politiche.

Quando le idee diventano indizi e le posizioni fattori di pericolosità, il problema non è più solo americano. È un modello.

E quel modello lo vediamo all’opera anche in Europa.

In 𝐔𝐧𝐠𝐡𝐞𝐫𝐢𝐚, la compressione dei diritti civili e dello spazio pubblico è ormai sistemica: società civile, università, diritti LGBTQ+, libertà di stampa. Non attraverso rotture clamorose, ma mediante una normalizzazione lenta e pervasiva.

In 𝐀𝐮𝐬𝐭𝐫𝐢𝐚, l’estensione degli strumenti di prevenzione e sorveglianza rischia di colpire organizzazioni della società civile impegnate in attività pacifiche, limitando libertà di associazione ed espressione.

In 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚, conosciamo bene questa deriva: decreti sicurezza, inasprimento delle pene per chi manifesta, retorica dell’ordine come valore supremo. Il conflitto è tollerato solo se non disturba. Se disturba davvero, diventa un problema.

In questo contesto, la violenza — anche simbolica, anche episodica — è sempre il miglior alleato di chi vuole restringere diritti e libertà.

𝐏𝐚𝐥𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐚: 𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐞𝐠𝐢𝐭𝐭𝐢𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐞𝐠𝐢𝐚

Sulla Palestina questa dinamica emerge in modo particolarmente brutale.

In molti paesi europei, la solidarietà al popolo palestinese viene progressivamente spostata dal piano dei 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐢 a quello della 𝐬𝐢𝐜𝐮𝐫𝐞𝐳𝐳𝐚. Criticare le politiche del governo israeliano, denunciare l’occupazione e lo sterminio della popolazione civile, chiedere il 𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚𝐭𝐞 𝐢𝐥 𝐟𝐮𝐨𝐜𝐨 e il rispetto del 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢𝐨 è diventato, negli ultimi anni, un atto sospetto.

Il passaggio decisivo avviene quando questa denuncia esce dai circuiti militanti, diventa oggetto di attenzione da parte degli organismi internazionali e assume una dimensione 𝐝𝐢 𝐦𝐚𝐬𝐬𝐚. Centinaia di migliaia di cittadini, associazioni ed enti locali hanno preso posizione di fronte a una tragedia umanitaria senza precedenti.

A quel punto, una parte del dibattito pubblico sceglie una scorciatoia: non discutere il merito delle richieste — legalità internazionale, protezione dei civili, aiuti umanitari — ma delegittimare il movimento sul piano morale, appiccicandogli un’etichetta che pesa come una condanna: 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐬𝐞𝐦𝐢𝐭𝐢𝐬𝐦𝐨.

È una confusione deliberata. Si mescola la critica a un governo con l’odio verso un popolo. Si cancella la distinzione tra antisionismo, critica politica, solidarietà umanitaria e pregiudizio antiebraico. Il risultato è duplice: si colpisce la credibilità di chi protesta e si sposta il conflitto dal terreno dei fatti a quello delle intenzioni, dove è più facile criminalizzare e più difficile difendersi.

Dirlo non significa minimizzare un problema reale. L’antisemitismo esiste, è pericoloso e va combattuto senza ambiguità. Ma proprio perché è una cosa seria, non può essere usato come 𝐜𝐥𝐚𝐯𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 per zittire chi chiede diritti e protezione dei civili. Se tutto diventa antisemitismo, alla fine nulla lo è davvero: si banalizza il termine e si indebolisce la lotta contro l’odio autentico.

In questo scenario, ogni ambiguità, ogni atto violento, ogni linguaggio che scivola nella radicalizzazione diventa un’arma contro la causa stessa. Non perché la richiesta di giustizia sia sbagliata, ma perché il contesto politico è costruito per usare la violenza come alibi per il silenzio.

La verità necessaria è che la violenza non rafforza la causa palestinese — e non rafforza nessuna causa. La rende più isolabile, più fragile, più facilmente reprimibile.

𝐔𝐜𝐫𝐚𝐢𝐧𝐚: 𝐥𝐚 𝐧𝐨𝐧𝐯𝐢𝐨𝐥𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚

Il tema dell’Ucraina rende il quadro ancora più complesso e ci obbliga a uscire dalle semplificazioni.

L’invasione russa è un’aggressione evidente, una violazione del diritto internazionale e della sovranità di uno Stato. Difendere il popolo ucraino significa riconoscere questo dato senza ambiguità.

Ma riconoscerlo non può significare rinunciare a una riflessione politica più ampia. In Europa, il conflitto ucraino è stato spesso utilizzato per legittimare una 𝐧𝐨𝐫𝐦𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚: aumento vertiginoso delle spese militari, retorica bellica permanente, riduzione dello spazio per il dissenso pacifista, sospetto verso chi pone domande su escalation, diplomazia e soluzioni negoziali.

Anche qui, la nonviolenza non è negazione della realtà, ma 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚. È il rifiuto di accettare che la guerra diventi l’unico linguaggio possibile, l’unica risposta pensabile, l’unico orizzonte.

Chi chiede negoziati, 𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚𝐭𝐞 𝐢𝐥 𝐟𝐮𝐨𝐜𝐨 e canali diplomatici non sta “tradendo” nessuno. Sta difendendo l’idea che la pace non sia una resa, ma un 𝐨𝐛𝐢𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐨 da costruire.

Nonviolenza non è equidistanza

Serve dirlo con chiarezza: la nonviolenza non è equidistanza, né ingenuità.

È una 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐚𝐦𝐩𝐨.
È decidere dove si combatte il conflitto.
È non farsi trascinare dove il potere oppressivo è più forte: nella paura, nell’emergenza permanente, nella logica amico-nemico.

La nonviolenza è conflitto aperto, ma leggibile: si capisce chi chiede cosa, contro chi o cosa si protesta, su quali principi — diritti, legge, giustizia.
È radicalità che non regala appigli a chi vuole chiudere gli spazi democratici.

Storicamente, i movimenti nonviolenti hanno ottenuto risultati proprio perché hanno reso evidente l’𝐚𝐬𝐢𝐦𝐦𝐞𝐭𝐫𝐢𝐚 𝐦𝐨𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐭𝐫𝐚 𝐜𝐡𝐢 𝐫𝐞𝐩𝐫𝐢𝐦𝐞 𝐞 𝐜𝐡𝐢 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞.
Quando questa asimmetria si spezza, quando la violenza entra in campo, il potere torna immediatamente in vantaggio.


Media e Fake News in tempi di guerra

Un approfondimento su come l’informazione diventa terreno di scontro nei conflitti contemporanei.

Dalla propaganda storica alle piattaforme digitali, dal fact-checking allo shadowbanning, il documento prova a rispondere a una domanda scomoda ma necessaria:

chi decide cosa è vero, cosa è falso e cosa può essere detto?

Contrastare la disinformazione è fondamentale. Farlo senza ridurre il pluralismo e la libertà di espressione è una sfida democratica aperta.

Informazione, media, guerra, diritti: temi intrecciati che meritano attenzione e discussione.

Scarica qui il documento 




Da vittime di violenza a protagoniste del cambiamento. Disabilità e nonviolenza

Laddove c’è discriminazione, ingiustizia e violenza in tutte le sue forme c’è uno spazio prezioso per la nonviolenza

Le persone con disabilità sono state nel corso della storia, e sono tutt’oggi, vittime di tante forme di violenza. Per far agire la nonviolenza occorre in primo luogo riconoscere cosa è e cosa è stata violenza nei confronti delle persone con disabilità. 


Sterminio e Eugenetica 
Sebbene i recenti studi da parte di storici ci dicono che la leggenda in cui gli spartani praticavano una forma primitiva di eugenetica gettando dalla rupe del monte Taigeto i bambini nati con una disabilità, risulti un falso, è però noto che perfino Platone prefigurava una selezione della specie umana “Esse [le leggi] si prenderanno cura di quei tuoi cittadini che siano di buona natura nel corpo e nell’anima, ma per quanti non lo sono, se il difetto sta nel corpo li lasceranno morire, se invece sono cattivi e incurabili nell’anima i giudici stessi li manderanno a morte” (Platone, La Repubblica, III).
Seneca nel “De Ira, Libro I” scriveva Soffochiamo i nati mostruosi, anche se fossero nostri figli.  Se sono venuti al mondo deformi o minorati dovremo annegarli. Ma non per cattiveria.  Ma perché è ragionevole separare esseri umani sani da quelli inutili…
Questa scia di sangue, che comincia in antichità nel mondo Greco-romano, in cui la disabilità era considerata una punizione divina e incompatibile con la vita, arriva sino ai giorni vicini ai nostri con lo sterminio delle persone con disabilità ad opera del nazismo, che vedeva nei disabili un ostacolo al culto della razza pura e ariana. 40 anni prima che i nazisti salissero al potere, lo psichiatra svizzero-tedesco Alfred Pletz sviluppò la teoria dell' "igiene razziale". Secondo la sua dottrina, le persone con disabilità fisiche e mentali, così come i poveri, non avevano diritto alla vita.


Sterilizzazione Forzata 
Nel processo di Norimberga tutti condannarono le abominevoli pratiche naziste ma, comunque, le leggi di sterilizzazione forzata in tante parti del mondo rimasero in vigore. Negli Stati Uniti, dove agli inizi del ‘900 si fece avanti l’idea che attraverso la manipolazione genetica si potesse migliorare la specie umana, la sterilizzazione forzata a fine eugenetico si praticò fino al 1981. Nonostante in molti degli Stati sia stata dichiarata illegale, la procedura viene tuttora eseguita, soprattutto nei confronti delle donne afroamericane in regime carcerario.  In Svizzera, in Svezia e in altri paese del Nord Europa sono state praticate sterilizzazioni coatte a persone con disabilità mentale fino alla fine degli anni ‘70. In Russia nel 2005 Yuri Savenko, Presidente dell'Associazione psichiatrica indipendente della Russia, giustificava la sterilizzazione forzata delle donne ricoverate negli ospedali psichiatrici a Mosca.


Segregazione e Istituzionalizzazione
Se dopo la seconda guerra mondiale e la sconfitta del nazifascismo, anche con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, questa emorragia si è fermata, per anni segregazione e istituzionalizzazione sono state politiche ritenute accettabili nei confronti delle persone con disabilità.
Nonostante la chiusura dei manicomi e la legge Basaglia, secondo i dati ISTAT sono 273.316 le persone disabili presenti su più di 13.000 presidi sanitari socioassistenziali, di cui più di 3.147 sono minori con disabilità e con disturbi mentali dell’età evolutiva, 51.593 sono adulti con disabilità e con patologie psichiatriche, il resto sono anziani non autosufficienti. Secondo una ricerca condotta dalla Federazione Italiana superamento handicap (FISH) solo una percentuale marginale vive in contesti di piccole dimensioni che riproducono uno modello famigliare (“La segregazione delle persone con disabilità. I manicomi nascosti in Italia” di Giovanni Merlo Ciro Tarantino). La maggior parte vivono dentro strutture che ospitano oltre le 10 persone, più simili a cliniche che ad ambienti domestici. La ricerca mette in evidenza dati inquietanti: solo nel 2016 nei confronti degli ospiti di queste cliniche si sono registrati 114 casi di maltrattamento, 68 casi di abbandono di incapace, 16 lesioni personali e 16 sequestri di persona.


Abilismo
Il termine abilismo ha cominciato ad essere utilizzato da coloro che si battono per i diritti delle persone con disabilità anglosassoni dagli anni ’80 –’90. Negli ultimi anni grazie alla nuova generazione di attivisti con disabilità si sta utilizzando anche in Italia. Per abilismo si intende qualsiasi forma di discriminazione o pregiudizio nei confronti delle persone con disabilità in cui gli individui normodotati sono considerati superiori alle persone affette da menomazioni fisiche, mentali o emotive. L’abilismo, come il razzismo, il sessismo e la omotransfobia, può riflettersi in atteggiamenti individuali, collettivi oppure può riguardare gli aspetti strutturali di formazioni sociali o istituzionali. La critica all’abilismo coinvolge anche le forme del linguaggio, che ritroviamo in frasi come: “Quanto sei coraggioso! Io al posto tuo non so se riuscirei a uscire di casa” o “Grazie a te ho capito quanto sono fortunato!” oppure “Nonostante la disabilità è riuscito a raggiungere incredibili risultati (di carriera, sportivi, o imprese miracolose…)”. Secondo i militanti per i diritti delle persone con disabilità anche questi atteggiamenti pietistici o iperprotettivi celano una forma di abilismo. 
 
Spazio per la nonviolenza
Alla fine degli anni sessanta negli Stati Uniti, nell’Università di Berkeley, già fucina dei movimenti pacifisti e per i diritti civili degli afroamericani, nasceva, grazie all’impegno di Edward Roberts, il movimento per la vita indipendente, che rivendicava il superamento dell’assistenzialismo, l’autodeterminazione e la partecipazione attiva delle persone con disabilità nella società, aprendo una stagione nuova di diritti e conquiste sociali.
A mettere in discussione logiche di separazione, in Italia in quegli anni, nacquero una serie di movimenti di volontariato laico e religioso che diedero vita a cooperative sociali per i servizi di assistenza e per l’inserimento lavorativo, per creare un’alternativa alle persone con disabilità, le quali sembravano condannate a vivere dentro le “istituzioni totali” come gli istituti.
Questo movimento, composto da famiglie e da persone con disabilità che rivendicavano un nuovo protagonismo e una rappresentanza diretta, era in “linea” con quello della chiusura dei manicomi.
Oggi, grazie a quei movimenti, sono stati fatti enormi passi in avanti rispetto all’acquisizione di diritti delle persone con disabilità. 

Il cambiamento di paradigma sulla disabilità - da quello medicalizzante a quello bio-psico-sociale - ha portato all’emanazione nel 2006 della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con disabilità sottoscritta da 153 Stati.
La Convenzione afferma, non tanto nuovi diritti, ma concretizza e sostiene i diritti fondamentali delle persone con disabilità e i vari dispositivi di tutela dei Diritti Umani nella stessa misura dei normodotati, contemplando quindi diritti civili, politici, economici, sociali e culturali. Di fatto, dopo quasi 60 anni dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, l’umanità, con la Convenzione, afferma che le persone con disabilità sono uomini e donne con gli stessi diritti umani degli altri. 
Perciò l’esclusione sociale, la discriminazione, i servizi inefficienti che non rispondono ai bisogni delle persone con disabilità, che li costringono ai margini della società, non sono problemi che riguardano “le persone meno fortunate di noi…” ma sono questioni fondamentali che minano i diritti umani di tutti e tutte. E tali diritti non possono essere contrapposti ai diritti di qualche altra categoria proprio perché riguardano tutti gli esseri umani.
Non a caso da parte del mondo associativo c’è la consapevolezza di operare “per la cultura della pace e la promozione dei diritti umani”, così come recita il primo articolo dello Statuto della FISH (Federazione Italiana Superamento Handicap) - una delle più grandi aggregazioni di organizzazioni di persone con disabilità.  
I Paesi che hanno ratificato la Convenzione si impegnano a eliminare gli ostacoli che incontrano le persone con disabilità, a proteggerli dalle discriminazioni e a promuoverne le pari opportunità e l'integrazione nella società civile.
Oggi siamo ancora lontani da una piena inclusione sociale delle persone con disabilità, anche se il cammino intrapreso è ormai inarrestabile. Infatti, se da una parte sono ancora vittime di pregiudizi e stereotipi, oppure sono costrette a subire delle vere e proprie azioni di violenza, intolleranza e discriminazione in ambito lavorativo e sociale, dall’altra c’è un protagonismo fondamentale delle persone con disabilità.
Il coinvolgimento dell’associazionismo di categoria nelle decisioni sulle politiche sulla disabilità a tutti i livelli è un fatto determinante capace di orientare dall’azione legislativa a quella amministrativa; così come sta emergendo da parte delle giovani generazioni di persone con disabilità la rivendicazione del diritto all’assistenza, all’autonomia e alla vita indipendente. Nuovi movimenti come “Liberi di Fare” o “vorrei prendere il treno” attraverso manifestazioni, marce, sit-in o campagne di sensibilizzazione denunciano discriminazioni, abilismo e segregazione chiedendo pieni diritti, pari opportunità e una vita dignitosa.  
In questo quadro c’è uno spazio enorme per il potere trasformativo della nonviolenza. 
E’ l’occasione per riaffermare con forza la dignità e l’unicità di ogni persona, il diritto alla differenza e alla partecipazione attiva. È l’opportunità per ripensare in modo creativo le nostre organizzazioni sociali, per ribaltare il modo in cui produciamo ricchezza, mettendo al centro le persone in carne e ossa. 
Soltanto così che “la pietra scartata dai costruttori può divenire la pietra angolare” su cui si si tiene insieme una società dove tutti e tutte possono trovare il proprio spazio di vita piena. 

Articolo apparso sul numero monografico "Disabilità e nonviolenza” 4-2020 (luglio-agosto) di “Azione nonviolenta”, rivista del Movimento Nonviolento, fondata da Aldo Capitini nel 1964, bimestrale di formazione, informazione e dibattito sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo.


 

2001-2021 GENOVA 20anni dopo

Il 19 luglio sono vent’anni dal G8 di Genova e come ogni anniversario sembra inevitabile soffermarci sulle violenze subite dai manifestanti, sulla gestione scriteriata della piazza durante le giornate del Social Forum. Ogni anno denunciamo le violenze della Diaz e di Bolzaneto, contestiamo la sospensione delle garanzie democratiche a danno di manifestanti e militanti e ricordiamo l’inaccettabile morte del ventenne Carlo Giuliani. Un atteggiamento di rivendicazione più che legittimo che chiede che, a distanza di anni, sia fatta giustizia e verità su quelle quarantotto ore terribili. Ma rimanere solo su questo, a distanza di vent’anni, significa fare di nuovo il gioco di chi ha voluto coprire con il sangue le giuste richieste, le idee innovative e i rimedi concreti che si proponevano in quel periodo. 


Vent’anni sono un tempo sufficiente per cercare di andare oltre la denuncia e far riemergere le tematiche di quel movimento straordinario e soprattutto l’attualità delle posizioni e delle proposte elaborate.

Per comprendere meglio la portata del movimento NoGlobal, o come preferivamo farci chiamare AlterMondialista, occorre sapere che c’è stato un PRIMA, un DURANTE e un DOPO il G8 di Genova. 

Sul “durante” è stato scritto molto, sono stati prodotti film, documentari.  Per questo non dobbiamo mai smettere di ringraziare il lavoro incessante degli avvocati del Genova legal forum, dell’associazionismo per i diritti umani, ma soprattutto Haidi e Giuliano Giuliani, i genitori di Carlo, per la loro tenacia e il loro impegno per fare verità sui fatti vergognosi avvenuti durante le manifestazioni del G8 e sui successivi tentativi di insabbiamento. 

Nel 2017 il Capo della Polizia Franco Gabrielli, nominato qualche mese prima, in un’intervista su La Repubblica ha dichiarato: “A Genova morì un ragazzo. Ed era la prima volta dopo gli anni della notte della Repubblica che si tornava ad essere uccisi in piazza. A Genova un'infinità di persone incolpevoli subirono violenze fisiche e psicologiche che hanno segnato le loro vite. E se tutto questo, ancora oggi, è motivo di dolore, rancore, diffidenza, beh, allora vuol dire che, in questi sedici anni, la riflessione non è stata sufficiente. Né è stato sufficiente chiedere scusa a posteriori.

Le violenze di quei giorni hanno oscurato le questioni che il movimento con efficacia portava avanti. Purtroppo anche oggi, chi evidenzia solo le brutalità del G8 di Genova è come quel reduce per cui la guerra non è mai finita e lascia chiuse nel buio di una cella di Bolzaneto quelle istanze e tematiche che, se messe in luce, apparirebbero evidentemente più attuali che mai. 

Sappiamo che se i potenti della terra non avessero ignorato i problemi che si ponevano all’epoca, se la sinistra governativa italiana ed europea avessero colto a pieno quelle sollecitazioni, forse non avremmo avuto la crisi finanziaria del 2008, il default della Grecia, l’imperversare dei populismi e l’emergenza climatica che sembra irreversibile. Avremmo risparmiato migliaia vite annegate nel mediterraneo e avremmo affrontato la pandemia probabilmente con più efficacia. 


Un volta attribuiti i torti e le ragioni, occorre invece ricordare che al Genova Social Forum aderirono 1.187 organizzazioni: associazioni pacifiste, partiti, cooperative sociali, sindacati, ONG italiane e internazionali, centri sociali e addirittura ordini religiosi di suore. Tutti facevano riferimento direttamente o indirettamente al primo Forum Sociale Mondiale del Gennaio 2001 svoltosi a Porto Alegre, il quale inaugurò il nuovo secolo con l’ambiziosa affermazione: “Un altro mondo è possibile!” 

In questo entusiasmante clima di lotta e desiderio di fare rete nacque così un movimento mondiale: il movimento dei movimenti, come spazio aperto di riflessione, critica e confronto tra diverse culture come quelle laiche, cristiane, ecologiste e socialiste. Il nord e il sud del mondo, l’oriente e l’occidente. Tutti consapevoli che ognuno stava lavorando su diversi livelli per costruire un’alternativa concreta al neoliberismo che schiacciava i popoli.

Questo movimento, che partiva dall’America Latina e arrivava fino all’India, poneva al centro alcune questioni chiave come i diritti umani, le pratiche di democrazia partecipativa, la tutela delle diversità, che spaziavano da quelle culturali a quelle biologiche a difesa dell’ambiente, la pace, la cancellazione del debito estero dei paesi del sud del mondo, l’uguaglianza e la solidarietà tra i popoli, tra i generi, le etnie, l’accesso universale alle risorse idriche e alle cure sanitarie.  Si parlava di sviluppo sostenibile, cambiamenti climatici, deforestazione e allevamenti intensivi. Si metteva l’accento sulle storture del capitalismo neoliberista globalizzato che produceva una distribuzione iniqua della ricchezza, una perdita delle identità culturali con danni sociali e ambientali spesso irreparabili. Si proponeva la TobinTax: una tassa mondiale per una più equa distribuzione della ricchezza, tema che addirittura oggi ha proposto Biden al G20 (global minimun tax). Si criticavano le case farmaceutiche che, con il monopolio sui “brevetti”, negavano l’accesso alla cura del HIV/AIDS (all’epoca faceva più di due milioni di vittime all’anno). 

La trasversalità e la pluralità, la capacità di contaminare e contaminarsi sono stati gli elementi che hanno permesso a quel movimento di guadagnarsi il centro del dibattito politico e non di certo le vetrine rotte di una banca. Semmai il contrario: le violenze dei black bloc e gli abusi delle forze dell’ordine lo hanno relegato a un problema di ordine pubblico. Niente di nuovo per il nostro paese che ha vissuto gli anni di piombo e la strategia della tensione che è stata la leva per mantenere lo status quo.

Quel movimento globale in cui si è tentato di mettere insieme le istanze degli indios del Chiapas con quelle dei piccoli agricoltori francesi, i diritti umani delle donne indiane con il diritto al lavoro degli operai esclusi dalla delocalizzazione, i missionari cattolici con i centri sociali, non è morto a Genova. Si dimostrò a Ottobre del 2001 ad Assisi, nella Marcia per la Pace con la presenza di 200.000 persone, proprio mentre gli USA preparavano “la guerra permanente” in risposta all’11 Settembre. Poi nel 2002, in una Firenze blindata e terrorizzata per gli eventi del Social Forum Europeo, con la presenza di 700.000 persone che sfilavano pacificamente e resero evidente a tutti che quel movimento non era riconducibile solo alla “protesta di piazza” ma era un insieme di migliaia di cantieri sociali e laboratori di idee sparsi in tutto il mondo.  

Negli anni successivi quelle energie poi sfociarono nel movimento per la pace: più di 120 milioni di donne e uomini scesero in piazza in oltre 600 città dei cinque continenti il 15 febbraio 2003 per manifestare contro la guerra in Iraq che sarebbe iniziata poco più di un mese dopo. Il New York Times titolò che il movimento pacifista era “la seconda potenza mondiale”, dopo gli USA. 

Alessandro Leogrande, prendendo in prestito la metafora di Ignazio Silone, diceva che il movimento che si è reso visibile al G8 di Genova è “il seme sotto la neve”. Ha dato qualche frutto e può ancora germogliare. In Italia, il reddito di cittadinanza e la vittoria del referendum sull’acqua pubblica del 2011 sono sicuramente frutto del Social Forum, così come lo fu, qualche anno fa, il movimento Occupy Wall Street e oggi lo sono Fridays For Future, Black Lives Matter e il movimento femminista #MeToo. Movimenti che travalicano i confini nazionali e propongono un cambiamento radicale. Sono capaci di uscire dal ghetto dell’antagonismo militante e di imporre l’agenda politica.  

Ancora oggi persistono molte questioni irrisolte che il liberismo ha addirittura aggravato: la distribuzione iniqua della ricchezza, l’accesso alle cure riservate solo ai più ricchi del pianeta, l’ingiustizia climatica, le discriminazioni delle minoranze. I troppi “Stefano Cucchi” e i fatti emersi recentemente dal carcere di Santa Maria Capua Vetere ci dicono che le violenze e le torture da parte delle forze dell’ordine non sono archiviate. Proprio perché intorno a noi sono presenti ancora queste contraddizioni e sofferenze, dobbiamo avere la fermezza di continuare a sostenere che “Un Altro Mondo è possibile, una Altro Mondo è necessario!” lavorando quotidianamente alla ricerca di soluzioni, realizzando alternative praticabili, costruendo reti d’iniziative locali dal basso e anche di più ampio respiro. Occorre avere il coraggio del confronto tra i diversi punti di vista, recuperare quella pluralità e trovare uno spazio concreto di interlocuzione con la politica che in questi anni è mancato. Le idee non muoiono solamente se vengono messe in circolo.


(Articolo pubblicato per L'Agone )


Discriminazione, razzismo, femminicidio, omofobia: basta chiamarli “episodi”!

La cronaca ci regala quotidianamente il racconto di episodi di razzismo, discriminazione, violenze nei confronti di persone con disabilità, donne, stranieri, anziani, etc.

Forse dovremmo smetterla di chiamarli “episodi” visto la frequenza e l’intensità con cui accadono. La violenza con cui veniamo in contatto quotidianamente è strutturale: è dentro le nostre relazioni sociali escludenti, il nostro modo iper-competitivo di organizzare le relazioni sul lavoro, è nelle scuola quando è incapace di educare e ratifica le disuguaglianze

 


sociali e culturali, è all’interno del mondo della comunicazione che si avvale di stereotipi e alimenta i pregiudizi. La violenza è dentro quella politica senza scrupoli quando brandisce slogan carichi di odio  indicando sempre nuovi capri espiatori, così come è strutturale nell’economia che affama, esclude e concentra la ricchezza nelle mani di pochi. La violenza è anche dentro noi stessi quando sopprimiamo la nostra umanità e perdiamo la capacità di empatizzare con gli altri e con noi stessi.

Eppure i recenti studi in ambito delle neuroscienze sui neuroni specchio hanno dimostrato che abbiamo una naturale capacità di provare empatia quando siamo in relazione con qualcun altro. Come tutte le funzioni del nostro corpo, però, se non le utilizziamo, se non le alleniamo si atrofizzano; ciò vale per i muscoli, per gli organi ma anche per le capacità relazionali.

La metodologia della Biblioteca Vivente vuole far leva proprio su questa innata capacità umana che è quella di com-prendere attraverso la relazione e l’ascolto di storie di libri umani.

Il lettore ha la possibilità di scegliere un “libro umano” tra un “catalogo” molto eterogeneo.

I libri, in realtà, sono persone che volontariamente hanno scelto di mettere a disposizione la loro storia personale con la volontà di sfidare pregiudizi e stereotipi di cui spesso sono vittime. Il “prestito” del libro umano è per 30 minuti, giusto il tempo per una breve lettura ma al contempo utile per ascoltare, domandare, entrare in relazione e magari rompere qualche banale luogo comune.

Il “catalogo” di libri viventi a disposizione è composto di trame di vita vera molto diverse tra loro,  che raccontano di cambiamenti, viaggi, scoperte, entusiasmi, felicità, sofferenze e speranze; tutte però hanno in comune un fortissimo desiderio di riscatto.

Non raccontano storie “fenomenali” ma uniche, così come è unica la storia di ogni essere umano. E’ solo recuperando questa capacità di ri-conoscere l’altro da sé con la sua unicità, la sua umanità che saremo in grado di far emergere la nostra.

Cinquant’anni fa uccisero Martin Luther King, ma non il suo messaggio di pace

Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della morte di uno dei personaggi storici più influenti nella battaglia per i diritti delle minoranze.


4 Aprile, da Firenze a Milano, da Palermo a Torino, da Parma a Roma, da Varese a Livorno le campane di alcune chiese suonano trentanove rintocchi in memoria del cinquantesimo anniversario della morte di Martin Luther King, Jr. 

Trentanove colpi di campana, tanti quanti gli anni che aveva Martin Luther King quando venne ucciso. Iniziative promosse da Wilpf (Lega Internazionale Donne per la Pace e la Libertà), dal Centro Gandhi e dal Centro Studi Nonviolenza, che dichiarano:

Attraverso la mobilitazione delle Chiese cerchiamo di potenziare la breccia nel muro della collettiva indifferenza che sottrae preziose energie umane che, invece, dovrebbero opporsi con determinazione ad ogni forma di violenza ed esigere la PACE, con il dialogo e la cooperazione tra i popoli”.
Il 4 Aprile 1968, poco prima delle 18:00, Martin si era affacciato sul balcone della stanza 306 del Lorraine Motel di Memphis, Tennessee. Si era sporto per dire al suo amico nel cortile di sotto, il sassofonista Ben Branch: “Ben, make sure you play Take My Hand, Precious Lord” nell’incontro che si doveva tenere più tardi. Alle 18:01 viene esploso un proiettile da un fucile di precisione, che colpisce King alla testa. Trasportato al St. Joseph’s Hospital, la sua morte venne annunciata alle 19:05. Martin Luther King aveva trentanove anni.

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Era stato, la sera prima del 3 aprile 1968, con i suoi amici attivisti storici, come Ralph Abernarthy e Jesse Jackson, nel Memphis Labor Temple.
Lì King tenne il suo discorso, dove alcuni scioperanti da mesi chiedevano migliori condizioni di lavoro a seguito della morte dei netturbini Echol Cole e Robert Walker, rimasti schiacciati da alcuni compattatori per rifiuti mentre cercavano un riparo dalla pioggia. Chiedevano parità di salario a quello dei bianchi, riconoscimento sindacale e migliori condizioni di sicurezza. Martin Luther King in quel discorso sosteneva di non aver paura della morte, sentendosi nelle mani di Dio dopo essere stato “sulla vetta della montagna” (il discorso è infatti ricordato con il titolo “I’ve been on the mountaintop“).

L’anno precedente aveva dato vita alla “Poor People’s Campaign”: lo scopo era quello di chiedere il riscatto sociale, non solo per gli afroamericani, ma per centinaia di migliaia di poveri messi ai margini della società americana da un sistema capitalistico che produceva prevalentemente iniquità ed esclusione.

Nell’ultimo tempo della sua vita intensificò una feroce critica all’economia americana:

"Quando le macchine e i computer, il profitto e i diritti di proprietà sono considerati più importanti delle persone, allora è impossibile battere la titanica tripletta di razzismo, materialismo e militarismo” (1967 discorso alla Riverside Church).

La battaglia per i diritti civili e contro la segregazione razziale, iniziata il 1 dicembre 1955 a Montgomery, Alabama, dopo che Rosa Parks venne arrestata per non aver lasciato un posto sull’autobus riservato ai bianchi, si trasforma negli anni in una lotta nonviolenta tesa a pretendere più giustizia sociale per tutti.

Un percorso chiaro e una scelta di “classe” ben precisa, che dovrebbe ispirare in questo senso molte organizzazioni che oggi si occupano di categorie discriminate come le persone disabili, le donne, la comunità LGBT e i migranti. Perché i problemi della mancanza dei diritti civili, dell’integrazione e delle pari opportunità non sono scollegabili dall’imbarbarimento del modello economico liberista. Infatti, per dirla alla King:

“Che vantaggio c’è nell’avere il diritto di sedersi in una tavola calda [che veniva negato prima dell’abolizione delle Leggi segregazioniste], se non puoi permetterti di comprare un hamburger? Solo un movimento che porti sia alla giustizia economica che a quella razziale può portare alla vera uguaglianza per gli afroamericani”.

Martin Luther King era determinato per la “totale, diretta e immediata abolizione della povertà”. Era un profeta scomodo anche per le sue posizioni antimilitariste e fortemente critiche nei confronti dell’ideologia imperialista americana. Il suo assassinio si aggiunge ad altri omicidi eccellenti di quei personaggi che avrebbero molto probabilmente rivoltato la storia degli oppressi negli anni di forte fermento politico e culturale. Martin Luther King è stato un uomo che ha ispirato milioni di persone e che oggi rischia, come tutti i miti, di essere “normalizzato” dal potere. 

Il suo messaggio non può e non deve perdere quella spinta rivoluzionaria che interpella le coscienze degli uomini onesti rimasti in silenzio di fronte alle discriminazioni, che contesta la politica estera guerrafondaia americana, che sogna un mondo senza violenza e dove le differenze sociali, economiche e razziali siano definitivamente abrogate.


Max Guitarrini

Articolo apparso su: FinestrAperta.it 

http://www.finestraperta.it/cinquantanni-fa-uccisero-martin-luther-king-ma-non-il-suo-messaggio-di-pace-2/

La madre dei Diritti Civili

La storia di Rosa Parks accompagna da diversi anni i percorsi di Formazione che propongo ai Volontari in Servizio Civile della Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare.
L'abbiamo raccontata in mille modi. Questa è la presentazione in formato video di un gesto che ha cambiato il corso degli eventi.
Una voce importante e una testimone della nonviolenza! Che sia ancora di ispirazione ai molti che non si rassegnano alle discriminazioni di ogni tipo. Oggi più che mai c'è bisogno di gesti semplici capaci di cambiare la Storia.


Lettera aperta alle Associazioni della Festa del Volontariato di Bracciano

Carissime Volontarie e Carissimi Volontari,
mi permetto di scrivervi in occasione di questo evento importante per il nostro territorio e perché sento una particolare vicinanza con la vostra esperienza. Con alcuni di voi tempo fa, con altri anni fa, abbiamo fatto un pezzo di strada insieme, condiviso entusiasmi, passioni e difficoltà, sicuramente attraverso questa magnifica esperienza di mettersi al servizio della comunità sono cresciuto e immagino che siamo cresciuti tutti. Proprio perché provengo da questa storia, entrata talmente in profondità nella mia vita che è diventata poi il mio lavoro principale, che sento l’esigenza di condividere con voi alcune riflessioni riguardo il ruolo del volontariato e in particolare il ruolo del volontariato nel nostro territorio. 
L’Italia è un paese strano, pieno di ricchezze e peculiarità. 
Sappiamo di certo che questo nostro mondo, quello del no profit e del volontariato italiano, è composto circa 400.000 organizzazioni: tra associazioni, cooperative, fondazioni, gruppi.  Sono  4 milioni e 700mila l’esercito disarmato di volontarie e volontari, persone che dedicano gratuitamente tempo, energie e risorse personali a servizio di una causa e della comunità.Gli ambiti sono tra i più variegati: cultura, sport, solidarietà internazionale, tutela dell’ambiente, diritti civile e sociali, educazione, inclusione sociale e pace…  Insomma con queste cifre, tra le più importanti d’Europa, dovremmo essere un Paese con un senso civico altissimo, capace di fare comunità, che riesce a valorizzare il patrimonio ambientale e culturale dei propri territori, che promuove partecipazione e tutela i Beni Comuni, un Paese giusto, aperto alle diversità e al mondo promuovendo pace e solidarietà tra i popoli. Invece in Europa siamo quelli con il più alto tasso di evasione fiscale, abbiamo tra le percentuali più alte di corruzione e cementificazione del territorio, abbiamo la forbice delle diseguaglianze ogni anno più ampia, e se non bastasse siamo i primi esportatori al mondo di armi leggere nelle zone di guerra del medio-oriente e del Nord Africa. “Un modo tutto nostro di aiutarli a casa loro” per promuovere pace e solidarietà tra i popoli. 
Sullo sfondo si affaccia in maniera prepotente un populismo che con il pretesto della sacrosanta lotta per la legalità e contro i privilegi ha “sdoganato” linguaggi e comportamenti superficiali e razzisti, che non tengono conto della complessità delle cause e soprattutto delle responsabilità. Si fomenta l’odio “tra le sfortune”: Nord contro Sud, veri Italiani contro gli stranieri, persone con disabilità contro gli anziani, giovani contro adulti.


Anche sul nostro territorio le contraddizioni non sono meno forti.
Molti, in questi giorni, plaudiranno il vostro operato, perché chi può essere contro la solidarietà e il volontariato? Chi non si commuove davanti a un bambino che chiede aiuto, chi non è per l’ambiente? Chi non vuole l’inclusione sociale di tutte quelle categorie a rischio di emarginazione?
Il pericolo che corriamo è quello di essere al fianco di coloro che hanno bisogno solo quando questi ci ispirano tenerezza e simpatia:  finché stanno remissivi, buoni e rassegnati ad esprimere gratitudine nei confronti di chi li aiuta a sopravvivere. Ma non appena si organizzano affinché sia restituita loro giustizia e nel momento in cui protestano e pretendono il riconoscimento dei loro diritti, che altri vorrebbero elargire come elemosina, non sono più così tanto amati e nell'opinione dei filantropi e di molti benefattori si trasformano in persone scomode, pericolose violente, criminali. Allora l’azione volontaria perde quella potenzialità rivoluzionaria che è quella che si gioca nell’incontro, nel riconoscimento di dignità e unicità, nel riparare un torto e nel restituire giustizia. Si svilisce in un atto di compiacimento che di nuovo stabilisce una relazione gerarchica, marca una differenza tra chi da e chi riceve, definisce le posizioni sociali, mantenendo di fatto lo stato delle cose. Diventa un aiuto selettivo a chi è rimasto indietro nel gioco ad eliminazione della competizione liberista, ma questo intervento

benché fatto in buona fede, non cambia le regole di questo gioco spietato.
A Bracciano abbiamo una ricchezza sociale fatta da decine di associazioni, centinaia di cittadini e cittadine che s’impegnano a servizio di una causa, gruppi culturali, ambientali, associazioni educative, gruppi spontanei che ripuliscono le strade e i giardini. E’ un patrimonio di energie incredibili! ma quando depredano i Beni Comuni (l’acqua a Bracciano da pubblica passerà ad ACEA SpA!), cementificano, chiudono gli spazi di democrazia e partecipazione, progettano apertamente di fare affari a Bracciano con i rifiuti di Roma e del Lazio, spesso questa risorsa sembra essere assente.  E’ come se mancasse un legame tra la ricchezza preziosa nel lavorare gratuitamente per qualcosa, giocandosi in prima persona la relazione e una visione di comunità più ampia; una connessione con quello che semplicemente possiamo chiamare la dimensione politica, intesa in senso aristotelico come amministrazione della città.
Sono cresciuto con l’idea che fare volontariato e occuparsi del sociale significa fare politica e credo fortemente che è vero anche il contrario. C’è bisogno di persone che credono che occuparsi politica è come fare volontariato. Altrimenti, come avviene di solito, questo spazio è occupato da altri che magari hanno interessi poco trasparenti, persone senza scrupoli che farebbero di tutto per avere un piccolo potere, bravi imbonitori spesso legati ai poteri forti.  
Don Lorenzo Milani, mio costante punto di rifermento in diverse stagione della mia vita,  affermava che “conoscere i ragazzi dei poveri e amare la politica è tutt’uno. Non si può amare creature segnate da leggi ingiuste e non volere leggi migliori.”
Conosco bene quante energie costa il vostro impegno e quanto questo è dentro le sofferenze di questo tempo. Al contempo, non credo sia più possibile oggi essere fuori dall’agenda politica del territoriodella nostra città. Sono consapevole che è un’agenda scomoda, fatta di conflitti, scelte difficili, posizioni da prendere, battaglie da combattere, ma che è assolutamente necessario che questa agenda contribuiate anche voi a scriverla, con quella stessa mano capace di riconoscere dignità, restituire giustizia, esprimere sincera solidarietà.
Nella speranza di aver dato un piccolo contributo al dibattito di questi giorni, vi abbraccio augurandovi 
Buon lavoro e Buona Festa!


Massimo Guitarrini
Bracciano Bene Comune 
Bracciano, 10 Settembre 2015

Presidio Fermiamo Cupinoro

Bracciano 25 Agosto Presidio Fermiamo Cupinoro !
Dopo 21 giorni di sciopero della fame di Paolo SImonini, io sono uno dei tanti che continuerà a presidiare Cupinoro facendo una staffetta a ridosso della Discarica, per fermare la SCELLERATA gestione delle BraccianoAmbiente e per dire NO al polo Regionale dei Rifiuti a Bracciano. Ho scelto di non parlare perché davanti alla morte e devastazione di un territorio, occorre stare in SILENZIO, fermari e riflettere. In SILENZIO per GRIDARE e dare voce alla Generazioni Future che dovranno comunque avere a che fare con questo scempio!

Torino, la violenza come alibi

Torino, l’altro ieri, ci ha consegnato l’ennesimo video da condividere con rabbia: un agente isolato, il corpo che cade, i colpi che arrivan...