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Un’urgenza politica nelle lotte per i diritti, la pace, la Palestina e l’Ucraina

C’è un equivoco che ritorna sempre, come un riflesso automatico: pensare che la 𝐧𝐨𝐧𝐯𝐢𝐨𝐥𝐞𝐧𝐳𝐚 sia una scelta comoda. Una zona neutra. Una fuga dal conflitto.

È l’opposto.

In realtà, oggi la nonviolenza è una 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢𝐭𝐚̀ 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚, non soltanto un esercizio morale. È una scelta di efficacia, in un tempo in cui gli 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐢 si stanno restringendo e il conflitto viene progressivamente espulso dalla sfera politica.

Viviamo una fase in cui il conflitto sociale e politico non è più considerato parte fisiologica della democrazia, ma trattato come un problema di 𝐬𝐢𝐜𝐮𝐫𝐞𝐳𝐳𝐚. Le domande di giustizia diventano rischi da contenere, le mobilitazioni minacce da prevenire, il dissenso qualcosa da sorvegliare e, sempre più spesso, da reprimere.

Negli Stati Uniti, strumenti come il 𝐍𝐚𝐭𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥 𝐒𝐞𝐜𝐮𝐫𝐢𝐭𝐲 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐢𝐚𝐥 𝐌𝐞𝐦𝐨𝐫𝐚𝐧𝐝𝐮𝐦 𝐍𝐒𝐏𝐌-𝟕 rendono esplicita questa direzione: categorie vaghe, definizioni elastiche, un uso politico della nozione di “𝐭𝐞𝐫𝐫𝐨𝐫𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐨” che può inglobare dissenso, attivismo e critica radicale. Antifascismo, anti-americanismo, anti-capitalismo, ostilità verso modelli “tradizionali”, posizioni su migrazione, genere o diritti civili diventano 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐨, non più opinioni politiche.

Quando le idee diventano indizi e le posizioni fattori di pericolosità, il problema non è più solo americano. È un modello.

E quel modello lo vediamo all’opera anche in Europa.

In 𝐔𝐧𝐠𝐡𝐞𝐫𝐢𝐚, la compressione dei diritti civili e dello spazio pubblico è ormai sistemica: società civile, università, diritti LGBTQ+, libertà di stampa. Non attraverso rotture clamorose, ma mediante una normalizzazione lenta e pervasiva.

In 𝐀𝐮𝐬𝐭𝐫𝐢𝐚, l’estensione degli strumenti di prevenzione e sorveglianza rischia di colpire organizzazioni della società civile impegnate in attività pacifiche, limitando libertà di associazione ed espressione.

In 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚, conosciamo bene questa deriva: decreti sicurezza, inasprimento delle pene per chi manifesta, retorica dell’ordine come valore supremo. Il conflitto è tollerato solo se non disturba. Se disturba davvero, diventa un problema.

In questo contesto, la violenza — anche simbolica, anche episodica — è sempre il miglior alleato di chi vuole restringere diritti e libertà.

𝐏𝐚𝐥𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐚: 𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐞𝐠𝐢𝐭𝐭𝐢𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐞𝐠𝐢𝐚

Sulla Palestina questa dinamica emerge in modo particolarmente brutale.

In molti paesi europei, la solidarietà al popolo palestinese viene progressivamente spostata dal piano dei 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐢 a quello della 𝐬𝐢𝐜𝐮𝐫𝐞𝐳𝐳𝐚. Criticare le politiche del governo israeliano, denunciare l’occupazione e lo sterminio della popolazione civile, chiedere il 𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚𝐭𝐞 𝐢𝐥 𝐟𝐮𝐨𝐜𝐨 e il rispetto del 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢𝐨 è diventato, negli ultimi anni, un atto sospetto.

Il passaggio decisivo avviene quando questa denuncia esce dai circuiti militanti, diventa oggetto di attenzione da parte degli organismi internazionali e assume una dimensione 𝐝𝐢 𝐦𝐚𝐬𝐬𝐚. Centinaia di migliaia di cittadini, associazioni ed enti locali hanno preso posizione di fronte a una tragedia umanitaria senza precedenti.

A quel punto, una parte del dibattito pubblico sceglie una scorciatoia: non discutere il merito delle richieste — legalità internazionale, protezione dei civili, aiuti umanitari — ma delegittimare il movimento sul piano morale, appiccicandogli un’etichetta che pesa come una condanna: 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐬𝐞𝐦𝐢𝐭𝐢𝐬𝐦𝐨.

È una confusione deliberata. Si mescola la critica a un governo con l’odio verso un popolo. Si cancella la distinzione tra antisionismo, critica politica, solidarietà umanitaria e pregiudizio antiebraico. Il risultato è duplice: si colpisce la credibilità di chi protesta e si sposta il conflitto dal terreno dei fatti a quello delle intenzioni, dove è più facile criminalizzare e più difficile difendersi.

Dirlo non significa minimizzare un problema reale. L’antisemitismo esiste, è pericoloso e va combattuto senza ambiguità. Ma proprio perché è una cosa seria, non può essere usato come 𝐜𝐥𝐚𝐯𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 per zittire chi chiede diritti e protezione dei civili. Se tutto diventa antisemitismo, alla fine nulla lo è davvero: si banalizza il termine e si indebolisce la lotta contro l’odio autentico.

In questo scenario, ogni ambiguità, ogni atto violento, ogni linguaggio che scivola nella radicalizzazione diventa un’arma contro la causa stessa. Non perché la richiesta di giustizia sia sbagliata, ma perché il contesto politico è costruito per usare la violenza come alibi per il silenzio.

La verità necessaria è che la violenza non rafforza la causa palestinese — e non rafforza nessuna causa. La rende più isolabile, più fragile, più facilmente reprimibile.

𝐔𝐜𝐫𝐚𝐢𝐧𝐚: 𝐥𝐚 𝐧𝐨𝐧𝐯𝐢𝐨𝐥𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚

Il tema dell’Ucraina rende il quadro ancora più complesso e ci obbliga a uscire dalle semplificazioni.

L’invasione russa è un’aggressione evidente, una violazione del diritto internazionale e della sovranità di uno Stato. Difendere il popolo ucraino significa riconoscere questo dato senza ambiguità.

Ma riconoscerlo non può significare rinunciare a una riflessione politica più ampia. In Europa, il conflitto ucraino è stato spesso utilizzato per legittimare una 𝐧𝐨𝐫𝐦𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚: aumento vertiginoso delle spese militari, retorica bellica permanente, riduzione dello spazio per il dissenso pacifista, sospetto verso chi pone domande su escalation, diplomazia e soluzioni negoziali.

Anche qui, la nonviolenza non è negazione della realtà, ma 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚. È il rifiuto di accettare che la guerra diventi l’unico linguaggio possibile, l’unica risposta pensabile, l’unico orizzonte.

Chi chiede negoziati, 𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚𝐭𝐞 𝐢𝐥 𝐟𝐮𝐨𝐜𝐨 e canali diplomatici non sta “tradendo” nessuno. Sta difendendo l’idea che la pace non sia una resa, ma un 𝐨𝐛𝐢𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐨 da costruire.

Nonviolenza non è equidistanza

Serve dirlo con chiarezza: la nonviolenza non è equidistanza, né ingenuità.

È una 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐚𝐦𝐩𝐨.
È decidere dove si combatte il conflitto.
È non farsi trascinare dove il potere oppressivo è più forte: nella paura, nell’emergenza permanente, nella logica amico-nemico.

La nonviolenza è conflitto aperto, ma leggibile: si capisce chi chiede cosa, contro chi o cosa si protesta, su quali principi — diritti, legge, giustizia.
È radicalità che non regala appigli a chi vuole chiudere gli spazi democratici.

Storicamente, i movimenti nonviolenti hanno ottenuto risultati proprio perché hanno reso evidente l’𝐚𝐬𝐢𝐦𝐦𝐞𝐭𝐫𝐢𝐚 𝐦𝐨𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐭𝐫𝐚 𝐜𝐡𝐢 𝐫𝐞𝐩𝐫𝐢𝐦𝐞 𝐞 𝐜𝐡𝐢 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞.
Quando questa asimmetria si spezza, quando la violenza entra in campo, il potere torna immediatamente in vantaggio.


Media e Fake News in tempi di guerra

Un approfondimento su come l’informazione diventa terreno di scontro nei conflitti contemporanei.

Dalla propaganda storica alle piattaforme digitali, dal fact-checking allo shadowbanning, il documento prova a rispondere a una domanda scomoda ma necessaria:

chi decide cosa è vero, cosa è falso e cosa può essere detto?

Contrastare la disinformazione è fondamentale. Farlo senza ridurre il pluralismo e la libertà di espressione è una sfida democratica aperta.

Informazione, media, guerra, diritti: temi intrecciati che meritano attenzione e discussione.

Scarica qui il documento 




UN MONDO SENZA ATOMICHE

HIROSHIMA, 6 AGOSTO 1945 ORE 8.16
Esplode la prima bomba atomica sul Giappone: 80.000 morti in un secondo, 90% degli edifici distrutti, oltre 100.000 vittime negli anni successimi a causa delle ferite e dell'avvelenamento da radiazioni.
ITALIA, 6 AGOSTO 2015 
In italia il governo contro il parere del parlamento, continua a spendere inutili miliardi per il progetto fallimentare degli F-35 idonei al trasporto di armi atomiche. 
NO alle armi atomiche.
SI' alla proposta di legge per la difesa civile non armata e nonviolenta
(http://www.difesacivilenonviolenta.org)

RICONVERTIAMO LA SPESA MILITARE IN SPESA SOCIALE!

La doppia tragedia dei popoli in fuga* ------------> "Migranti, ma quale invasione"

Naar 6 anni, 12 giorni nel mezzo del mediterraneo, su una bagnarola schiacciato con 250 Siriani e Palestinesi in balia dei trafficanti e del mare in tempesta. Dhaki, un anziano signore proveniente dalla capitale della Siria, Damasco Siria faceva l’insegnante di lingua e che con due figli sul punto di diventare adulti, si è visto costretto ad abbandonare il suo paese, anche se non avrebbe mai voluto. Iyad, il padre di un bambino, aveva un negozio di telefonia, distrutto in seguito ad un bombardamento.

"Gli ultimi" di Cristiano Guitarrini  - olio su tela, cm130x80 -
Sono le storie, raccontate da operatori e volontari dell'UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) di coloro che ce l’hanno fatta ad arrivare in Italia dopo mesi di viaggio, scappati da paesi dove la guerra e la povertà uccidono non solo le persone ma anche il futuro. Sono persone in cerca di migliori condizioni di vita, di sicurezza o in cerca di protezione internazionale perché perseguitate nei loro paesi, o perché fuggiti da guerre e conflitti.  L’art. 10 della nostra Costituzione, la Convezione di Ginevra, quella di Dublino e il nostro senso di appartenenza al genere umano ci dicono che sarebbe doveroso intervenire in queste emergenze umanitarie senza girarsi dall’altra parte, indifferenti al grido d’aiuto di questi popoli.

Invece dal ‘98 sono stati “lasciati morire” durante questa traversata della disperazione più di 16.000  persone. Nel 2011 l’ultimo anno di Ministero del leghista Maroni agli Interni sono morti nel mediterraneo 1500 persone. Invece dall'inizio dell’anno nonostante alcuni sforzi dell’operazione mare nostrum 500 persone. E’ incredibile come la politica piange davanti alle bare bianche dei bambini a Lampedusa ma poi fa poco e niente per evitare ciò che sarebbe evitabile. Anzi c’è chi specula e costruisce la propria carriera politica facendo leva sulle paure delle persone che si sentono sempre più insicure da un sistema economico e sociale in profonda crisi, puntando il dito sui nuovi capri espiatori. 
Sembra assurdo ma la gente è portata a credere che se le vengono tolte le garanzie sociali, se perde il lavoro, se non ci sono soldi per l’assistenza e se le nostre caotiche città sono sempre più invivibili non è responsabilità delle banche, degli speculatori, degli imprenditori disonesti che hanno approfittato e messo in ginocchio le economie di mezzo mondo. No,  è colpa di persone e bambini come Naar

Il destino beffardo ci fa scoprire che sono poi le stesse banche che finanziano i signori della guerra da cui sta fuggendo proprio Iyad. Le stesse banche salvate con le politiche dell’austerity (tagli alla sanità, istruzione, servizi sociali, agli investimenti, alla ricerca) e grazie ai 4500 miliardi di Euro che l’Europa ha stanziato negli ultimi anni (quasi il 40% della ricchezza prodotta in Europa in un anno).

Purtroppo non ci sono solo i soliti sciacalli, padani di professione che affrontano il tema in maniera completamente sbagliata prendendosela con l’Europa “che ci lascia soli a gestire un’emergenza umanitaria”. Per comprendere la mistificazione della psicosi da invasione occorre confrontarci con le cifre reali: sono circa 60.000 i profughi sbarcati dall'inizio dell'anno in Italia. Un numero importante, ma poco in confronto a ciò che accade di solito in Germania che nel 2013 sono arrivate 126.000 richieste d’asilo e in Francia 65.000;  ed è niente se confrontiamo queste cifre con il Libano, paese di 4milioni di abitati che accoglie circa 1milione di profughi provenienti dalla Siria.


Insomma non dovrebbe essere impossibile gestire un’emergenza come questa… se solo lo si volesse. Intanto continuiamo a contare i morti.

*Editoriale FiniestrAperta Settembre 2014

Indicazioni Stradali Sparse per la Terra

Le crude parole di Nedžad Maksumić, la voce asciutta di Giovanni Lindo Ferretti, la musica dei Csi. Un invito a leggere e ad ascoltare attentamente. Sono suggerimenti per la sopravvivenza in situazioni estreme... Parole di chi scappa da terribili sofferenza, da terre dove c'è barbarie e solitudine e tutto è instabile... dove comunque attraverso una lucida e impressionante razionalità si tenta di non perdere la propria umanità.

"Era un anno fertile per il grano come mai in passato, era tutto in abbondanza…Quelli che erano malati cronici e che tanto desideravano la morte, consegnarono finalmente con un sorriso l'anima a DIO.
Nei giorni dei grandi temporali il cielo era rosso. La pioggia portava con se la polvere dei deserti d'oltre mare. I vecchi dissero: ci sarà la guerra! Nessuno prestò credito alle loro parole. E nessuno fece nulla. Giacché, cosa si poteva fare contro la profezia! Solo cantammo per intere giornate, fino a restare senza voce, per poter consumare tutte le vecchie canzoni, perché non ne restasse nessuna che venisse sporcata dal tempo.

  1. Quando intravedono il primo cadavere per strada, le persone voltano la testa, vomitano e perdono i sensi. Senti il tremore per primo nelle ginocchia, poi ti manca l'aria, ti gira la testa. Sono di aiuto in questi casi l'acqua fredda, leggeri schiaffi. Se lo svenuto non rinviene, sdraialo sulla schiena e sollevagli le gambe in aria. Se il cadavere di quel giorno era un suo parente o comunque un vicino, non permettergli di avvicinarsi e di guardarlo. Le ferite causate dalle granate sono in genere causa di un nuovo svenimento. E non si ha tanto tempo a disposizione. E raccomandabile piangere, fa bene al cuore. Ma neppure per questo c'è tanto tempo a disposizione.
  2. Se la città è in stato di assedio, occorre mandare i più coraggiosi a tentare di portare I sacchi di plastica opachi per i cadaveri. Se questi non tornano, bisogna avvolgere I morti in lenzuoli bianchi. Non è raccomandabile seppellirli senza. Ciò fa diffondere il panico e la paura della morte diventa facilmente la paura di finire sepolti allo stesso modo.
  3. La sepoltura si svolge di notte, per motivi di sicurezza. Perciò, prima della sepoltura, bisogna accertarsi per bene dell'identità del defunto. Nel caso di corpi dilaniati, bisogna stabilire con precisione i pezzi che appartengono a ciascun corpo. Se si verificano ugualmente degli errori, è meglio evitare di ammetterlo successivamente. Tanto per I morti è lo stesso. Se vicino alla persone che è stata sepolta, sul posto dell'uccisione, si trovano altre parti di corpo, e si è però già provveduto alla sepoltura, non bisogna gettare I resti nella spazzatura, poiché li in genere si radunano i cani affamati. La cosa migliore, se si ha tempo e voglia, è di raccogliere in un sacchetto tutto quel che è rimasto e di seppellirlo in superficie vicino alla tomba. Bisogna stare attenti che non se ne accorgano i familiari, perché loro concepiscono il cadavere come un tutt'uno e tale frammentazione rappresenterebbe per loro una ulteriore doloroso frustrazione.
  4. In guerra nessuno è matto. O almeno ciò non si può asserire nei confronti di nessuno. Molti di quelli che erano matti prima della guerra, in guerra si mettono in mostra molto bene. Come combattenti coraggiosi, convinti delle idee dei loro capi.
  5. In guerra nessuno è intelligente. Non devi credere alla verità di nessuno. Le lunghe disquisizioni sull'insensatezza della guerra del professore di una volta, in un batter d'occhio si trasformano in un selvaggio grido di guerra, appena egli viene a conoscenza del fatto che il suo bambino gli è morto per strada.
  6. Non ricordarti di nulla. Prova a dormire senza sonno. Devi ornarti di amuleti e abbi fede nel fatto che ti aiuteranno. Abbi fede in qualsiasi segno. Ascolta attentamente il tuo ventre. Agisci secondo le tue sensazioni. Se pensi che non bisogna camminare per quella strada, allora vai per un'altra.
  7. Non avere paura di niente. La paura genera nuova paura. Ti blocca. Devi credere fermamente di essere stato prescelto a restare vivo.
  8. Non lasciare lavori compiuti a metà. Salda I debiti. Devi essere pulito. Non fare nuove amicizie. Già con quelle vecchie avrai abbastanza preoccupazioni.
  9. Proteggi i ricordi, le fotografie, le prove scritte del fatto che sei esistito. Se brucia tutto, se perdi tutto, se ti prendono tutto…dovrai dimostrare anche a te stesso che una volta eri. Ammassa tutto nei sacchi di plastica, seppellisci nella terra, mura nelle pareti, nascondi, e solo ai tuoi più cari svela la mappa per raggiungere il tesoro.
  10. Non ti legare alle cose, alla terra, ai muri, alle case, ai gioielli, alle automobili, agli oggetti d'arte, alle biblioteche…Trasforma in denaro tutto ciò che ha ancora un prezzo. E tuttavia, non legarti in alcun modo al denaro. Appena puoi, scambialo con la tua libertà.
  11. Adoperati per il bene delle persone. Sempre. Il più delle volte non lo meritano, ma tu fallo ugualmente. Non aspettarti alcuna riconoscenza. Non chiedere per chi fai il bene. Non legarti alle tue azioni.
  12. Non dire ciò che pensi. Non essere cosi stupido a tal punto. Perché appena pensi non appartieni più a loro. Non tacere, perché non possano pensare che pensi qualcosa. Parla, cosi, giusto per parlare.
  13. Se ti imbatti nel pericolo, non essere coraggioso, anche spinto dalla disperazione. Tenta di sopravvivere. Fai tutto quanto è nelle tue possibilità. Soltanto devi stare attento a non mettere altri in pericolo con I tuoi tentativi. Finché non sei morto sei vivo. Sembra comprensibile. Non togliertelo mai dalla testa. Se devi sacrificarti, fallo per le persone cui vuoi bene, non farlo mai, in nessun modo, per delle idee. Il tuo sacrificio verrà giudicato dagli altri sempre in maniera scorretta, a seconda della loro coscienza e della loro prospettiva. Le idee passeranno, si rovineranno, diventeranno comiche. Se resti vivo, vedrai quanto sarà difficile continuare a credere in loro.
  14. Non supplicare per nessun motivo. Non supplicare nessuno. Neanche se c'è di mezzo la vita. È una questione di buon gusto. Pensa solo cosa vuol dire vivere sullo stesso pianeta con una persona che ti ha risparmiato la vita.
  15. Non devi metterti a capo di nessuno. Per nessuna ragione. Quando ti volti a cercare aiuto, dietro a te non ci sarà nessuno. Non fare affidamento su nessuno, ma non sottrarti al fatto che quelli che ami fanno affidamento su di te. Questo è salutare anche per te. Devi sapere: perché? Gli obiettivi non devono essere grandi, in nessuno modo di carattere generale. Conoscevo una persona che per tutto il tempo ha desiderato di bere una birra. E vero: non ci è riuscito, ma era splendido vivere desiderandolo.
  16. Non devi stupirti di nulla. Di ogni possibile prodigio. Non devi farti deprimere da nessuna cosa. Anche prima erano tutti fatti cosi, solo che le condizioni erano diverse da quelle di adesso. Questa è la prima occasione per mettersi alla prova. Cosi tanti sono delusi da se stessi che in confronto la tua delusione è un nonnulla. Se qualcuno ti tradisce una volta, non lasciargli la possibilità di farlo un'altra volta.
  17. Cerca di essere sempre prudente. Se hai bisogno di una buca in cui riparati, scavatela da solo. Se qualcun altro lo fa per te, la buca potrebbe rivelarsi troppo piccola.
  18. Non hai il diritto di adirarti con nessuno. E tuttavia, non devi dimenticare nulla. Quando tutto è finito, decidi di cosa non vuoi più ricordare. Se tutto è passato. Non dimenticare gli esami che alcuni non hanno superato.
  19. E però, non fondarti su questo. Non aspettare l'occasione per poterti rivalere. La vendetta ti deve essere estranea. Una questione che appartiene ad altri. Se sopravvivi, vivi per te e per quelli che sono sopravvissuti insieme a te.
  20. E ancora, non credere mai di essere il Signore della Verità. Nessuno lo è. A te è sembrata in questo modo. A un altro è sembrata diversamente. Mantieni per te il pezzetto della tua verità. Servirà soltanto a te. Rinuncia al diritto di scrivere la storia dell'assedio. Non contrapporti ai nomi di quei morti che sono stati scelti come eroi. Non sperare di riuscire a mettere a posto qualcosa, neanche una ingiustizia rimane in sospeso. In quel momento, quando hai intravisto il primo cadavere sulla strada, la storia del dopoguerra era già stata scritta. Poi ci metteranno solo i nomi delle persone, delle città, delle montagne, i baluardi che si sono gloriosamente difesi e i baluardi che sono gloriosamente caduti. Non c'è posto qui per la verità.

    Ora che sai tutto questo, prova a proteggere te stesso e forse a salvarti la testa. Se non ti riesce, almeno non ti annoierai."

    Nedzad Maksumic Poeta bosniaco e regista del Lik Teatar
    Traduzione a cura di Igor Pellicciari

STATUNITENSI PER LA PACE LETTERA APERTA ALL'AMBASCIATORE

STATUNITENSE IN ITALIA, IN OCCASIONE DELLA SUA PRESENZA A FIRENZE, A PROPOSITO DELL'"ANTI-AMERICANISMO"

Firenze, 12 febbraio 2007

All'Ambasciatore Ronald Spogli Ambasciata statunitense, Roma Egregio Ambasciatore, Come cittadini statunitensi in Italia Le scriviamo per chiedere una fine alle ingerenze della nostra Ambasciata nella vita politica dell'Italia.

La sua lettera firmata da altri quattro ambasciatori per fare pressione sul governo italiano perché continui la sua partecipazione alla guerra in Afghanistan è stata una inaudita e inaccettabile interferenza dell'Ambasciata USA nella dialettica democratica di questo paese, oltre a suonare offensiva alla grande maggioranza degli italiani che secondo i sondaggi vorrebbero il ritiro delle truppe italiane anche in rispetto dell'Art. 11 della Costituzione che dichiara che "L'Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali." Poi, pochi giorni dopo, l'Ambasciata USA ha compiuto a parere nostro una seconda grave scorrettezza. Ha inviata a noi
statunitensi in Italia una lettera di avvertimento di possibile pericolo per noi qualora volessimo andare a Vicenza il 17 febbraio per protestare, insieme ai cittadini italiani, contro la creazione di una megabase USA, la più grande base offensiva all'estero. Questa manifestazione viene caratterizzata come " anti-statunitense" dalla lettera che consiglia a tutti di stare lontano dalla città dal 16 al 18 febbraio per evitare di diventare "bersagli di manifestanti anti-USA". I contenuti della lettera non corrispondono alla realtà, diffondono paura e ignoranza, offendono l'intelligenza degli statunitensi in Italia e la realtà democratica della società italiana. Prima di tutto, la manifestazione del 17 febbraio non è anti- statunitense; è contro la richiesta da parte del Governo USA di costruire una nuova megabase statunitense nei pressi del centro della città di Vicenza, città riconosciuta dall'UNESCO come patrimonio culturale dell'umanità. La verità è che la stragrande maggioranza dei vicentini e del popolo italiano intero non vuole questa ennesima base USA (siamo già presenti in Italia con circa 20 installazioni militari). Il 2 dicembre 2006 circa 30.000 persone hanno manifestato a Vicenza contro la base con un bel corteo colorato e pacifico al quale delegazioni di cittadini statunitensi di Firenze e Roma hanno partecipato senza mai incontrare episodi "anti-USA". Anzi, la nostra presenza è stata molto apprezzata. Distribuire una lettera ai cittadini per dire che corrono dei pericoli in Italia a causa di una manifestazione politica è un tentativo neppure troppo nascosto di scoraggiare o addirittura mettere il bavaglio ai cittadini che vorrebbero esprimere il loro dissenso dalle politiche di guerra e di occupazione dell'amministrazione Bush. Lei, mbasciatore,
certamente rappresenta il governo di Bush e Cheney, ma le ultime elezioni federali negli USA dimostrano che quel governo non rappresenta più la maggioranza del nostro popolo, soprattutto per quel che riguarda la politica estera e la guerra. La società USA è profondamente malata di militarismo e, sempre di più, i nostri concittadini dicono basta! Alle manifestazioni contro le basi, come a Vicenza o a Camp Darby o ad Aviano o a Sigonella, alle manifestazioni contro la guerra, qui in Italia e in tanti altri paesi come negli USA (le centinaia di migliaia di manifestanti a Washington e in altre città USA il 27 gennaio scorso erano dei pericolosi anti-americani, la gente protesta non contro il popolo statunitense ma contro la violenza delle guerre e delle
occupazioni militari sostenute dal governo USA in Iraq (più di 655.000 morti dall'inizio della guerra) ma anche in Afghanistan e Palestina. Protesta contro la militarizzazione del territorio e dell'economia, contro la presenza di basi straniere con lo stoccaggio di armi nucleari e all'uranio impoverito. Come Amnesty International chiede la chiusura del campo di Guantanamo e di tutte le carceri segrete e la fine dei voli segreti della CIA (p.e. il caso di Abu Omar), oltre alla fine della pratica della tortura e la violazione dei diritti umani (sono richieste "anti-americane". Chiede un altro mondo possibile con una nuova cultura di pace e giustizia globale. Noi cittadini statunitensi in Italia, come milioni di altri concittadini negli U.S.A., ci opponiamo alla politica di guerre all'estero e di cancellazione dei diritti civili nel nostro paese portata avanti dal governo di Bush e Cheney mentre seri problemi sociali vengono ignorati.
Negli USA abbiamo il peggior sistema sanitario del mondo occidentale con circa 50 milioni di persone senza assicurazione sanitaria. Abbiamo il più alto numero di persone in carcere e il più alto tasso di incarcerazione di tutto il mondo (siamo 5% della popolazione globale con 25% degli incarcerati), con più di 4.000 persone nel bracio della morte. Chiediamo risorse non per le forze armate ma per la sanità, la scuola, l'ambiente, il lavoro, la ricostruzione delle città, il trasporto pubblico, la solidarietà con il resto del mondo. Quarant'anni fa ai tempi della guerra in Vietnam, Martin Luther King dichiarò: "Siamo al punto, nelle nostre vite, in cui bisogna agire in prima persona affinchè il nostro paese soppravviva alla propria follia. Ogni uomo con le convinzioni umane deve decidere la protesta che meglio si adatta alle sue convinzioni, ma dobbiamo tutti protestare." E aggiunse: "Viene il momento in cui il silenzio è tradimento."
Noi cittadini statunitensi in Italia il 17 febbraio saremo presenti a Vicenza perché a parere nostro la manifestazione contro le basi e contro le guerre è una manifestazione di sostegno anche alla maggioranza dei cittadini statunitensi che desidera un cambio di rotta nella politica statunitense - all'estero e in paese. Le chiediamo pertanto di inviare una lettera di rettifica ai nostri concittadini in Italia per dire che la manifestazione del 17 a Vicenza, lontano da rappresentare un fenomeno di "anti-americanismo", sentimento assai poco diffuso in Italia e soprattutto fra il popolo della pace, rappresenta invece un prezioso esempio di esercizio di un diritto democratico fondamentale al quale gli statunitensi in Italia parteciperanno e sono invitati a partecipare. per la pace.

P.S.: Cogliamo l'occasione per ricordare che il caso dell'omicidio volontario a Baghdad dell'agente italiano Nicola Calipari e il tentato omicidio di Giuliana Sgrena non è chiuso e chiediamo la piena collaborazione del nostro governo con le autorità giudiziarie italiane.

Su Vicenza PRODI RIPENSACI !!!

Perché gli Stati Uniti hanno bisogno di questa nuova base? A cosa dovrà servire? A quali fini è destinata? In quali strategie militari sarà inserita? Quali missioni militari partiranno da Vicenza? Chi le autorizzerà? Il Pentagono o l´Onu? Quale coerenza c´è tra gli obiettivi di questa base e gli obiettivi delle Nazioni Unite e dell´Unione Europea? A quale progetto di sicurezza è destinata? Servirà a far rispettare la legalità internazionale o a violarla com´è successo in Iraq e in Somalia? Dato che gli USA non si prendono nessuna responsabilità nè su Ustica, ne su la strage del Cermis, ne sull'assasinio di Callipari perchè dargli questa servitù militare?

Liste di leva: il manifesto che fa rumore, ma non richiama nessuno

In questi giorni sui social di Bracciano - ma anche in altri Comuni d’Italia - gira il manifesto comunale sulla “ Formazione della lista di ...