Da vittime di violenza a protagoniste del cambiamento. Disabilità e nonviolenza

Laddove c’è discriminazione, ingiustizia e violenza in tutte le sue forme c’è uno spazio prezioso per la nonviolenza

Le persone con disabilità sono state nel corso della storia, e sono tutt’oggi, vittime di tante forme di violenza. Per far agire la nonviolenza occorre in primo luogo riconoscere cosa è e cosa è stata violenza nei confronti delle persone con disabilità. 


Sterminio e Eugenetica 
Sebbene i recenti studi da parte di storici ci dicono che la leggenda in cui gli spartani praticavano una forma primitiva di eugenetica gettando dalla rupe del monte Taigeto i bambini nati con una disabilità, risulti un falso, è però noto che perfino Platone prefigurava una selezione della specie umana “Esse [le leggi] si prenderanno cura di quei tuoi cittadini che siano di buona natura nel corpo e nell’anima, ma per quanti non lo sono, se il difetto sta nel corpo li lasceranno morire, se invece sono cattivi e incurabili nell’anima i giudici stessi li manderanno a morte” (Platone, La Repubblica, III).
Seneca nel “De Ira, Libro I” scriveva Soffochiamo i nati mostruosi, anche se fossero nostri figli.  Se sono venuti al mondo deformi o minorati dovremo annegarli. Ma non per cattiveria.  Ma perché è ragionevole separare esseri umani sani da quelli inutili…
Questa scia di sangue, che comincia in antichità nel mondo Greco-romano, in cui la disabilità era considerata una punizione divina e incompatibile con la vita, arriva sino ai giorni vicini ai nostri con lo sterminio delle persone con disabilità ad opera del nazismo, che vedeva nei disabili un ostacolo al culto della razza pura e ariana. 40 anni prima che i nazisti salissero al potere, lo psichiatra svizzero-tedesco Alfred Pletz sviluppò la teoria dell' "igiene razziale". Secondo la sua dottrina, le persone con disabilità fisiche e mentali, così come i poveri, non avevano diritto alla vita.


Sterilizzazione Forzata 
Nel processo di Norimberga tutti condannarono le abominevoli pratiche naziste ma, comunque, le leggi di sterilizzazione forzata in tante parti del mondo rimasero in vigore. Negli Stati Uniti, dove agli inizi del ‘900 si fece avanti l’idea che attraverso la manipolazione genetica si potesse migliorare la specie umana, la sterilizzazione forzata a fine eugenetico si praticò fino al 1981. Nonostante in molti degli Stati sia stata dichiarata illegale, la procedura viene tuttora eseguita, soprattutto nei confronti delle donne afroamericane in regime carcerario.  In Svizzera, in Svezia e in altri paese del Nord Europa sono state praticate sterilizzazioni coatte a persone con disabilità mentale fino alla fine degli anni ‘70. In Russia nel 2005 Yuri Savenko, Presidente dell'Associazione psichiatrica indipendente della Russia, giustificava la sterilizzazione forzata delle donne ricoverate negli ospedali psichiatrici a Mosca.


Segregazione e Istituzionalizzazione
Se dopo la seconda guerra mondiale e la sconfitta del nazifascismo, anche con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, questa emorragia si è fermata, per anni segregazione e istituzionalizzazione sono state politiche ritenute accettabili nei confronti delle persone con disabilità.
Nonostante la chiusura dei manicomi e la legge Basaglia, secondo i dati ISTAT sono 273.316 le persone disabili presenti su più di 13.000 presidi sanitari socioassistenziali, di cui più di 3.147 sono minori con disabilità e con disturbi mentali dell’età evolutiva, 51.593 sono adulti con disabilità e con patologie psichiatriche, il resto sono anziani non autosufficienti. Secondo una ricerca condotta dalla Federazione Italiana superamento handicap (FISH) solo una percentuale marginale vive in contesti di piccole dimensioni che riproducono uno modello famigliare (“La segregazione delle persone con disabilità. I manicomi nascosti in Italia” di Giovanni Merlo Ciro Tarantino). La maggior parte vivono dentro strutture che ospitano oltre le 10 persone, più simili a cliniche che ad ambienti domestici. La ricerca mette in evidenza dati inquietanti: solo nel 2016 nei confronti degli ospiti di queste cliniche si sono registrati 114 casi di maltrattamento, 68 casi di abbandono di incapace, 16 lesioni personali e 16 sequestri di persona.


Abilismo
Il termine abilismo ha cominciato ad essere utilizzato da coloro che si battono per i diritti delle persone con disabilità anglosassoni dagli anni ’80 –’90. Negli ultimi anni grazie alla nuova generazione di attivisti con disabilità si sta utilizzando anche in Italia. Per abilismo si intende qualsiasi forma di discriminazione o pregiudizio nei confronti delle persone con disabilità in cui gli individui normodotati sono considerati superiori alle persone affette da menomazioni fisiche, mentali o emotive. L’abilismo, come il razzismo, il sessismo e la omotransfobia, può riflettersi in atteggiamenti individuali, collettivi oppure può riguardare gli aspetti strutturali di formazioni sociali o istituzionali. La critica all’abilismo coinvolge anche le forme del linguaggio, che ritroviamo in frasi come: “Quanto sei coraggioso! Io al posto tuo non so se riuscirei a uscire di casa” o “Grazie a te ho capito quanto sono fortunato!” oppure “Nonostante la disabilità è riuscito a raggiungere incredibili risultati (di carriera, sportivi, o imprese miracolose…)”. Secondo i militanti per i diritti delle persone con disabilità anche questi atteggiamenti pietistici o iperprotettivi celano una forma di abilismo. 
 
Spazio per la nonviolenza
Alla fine degli anni sessanta negli Stati Uniti, nell’Università di Berkeley, già fucina dei movimenti pacifisti e per i diritti civili degli afroamericani, nasceva, grazie all’impegno di Edward Roberts, il movimento per la vita indipendente, che rivendicava il superamento dell’assistenzialismo, l’autodeterminazione e la partecipazione attiva delle persone con disabilità nella società, aprendo una stagione nuova di diritti e conquiste sociali.
A mettere in discussione logiche di separazione, in Italia in quegli anni, nacquero una serie di movimenti di volontariato laico e religioso che diedero vita a cooperative sociali per i servizi di assistenza e per l’inserimento lavorativo, per creare un’alternativa alle persone con disabilità, le quali sembravano condannate a vivere dentro le “istituzioni totali” come gli istituti.
Questo movimento, composto da famiglie e da persone con disabilità che rivendicavano un nuovo protagonismo e una rappresentanza diretta, era in “linea” con quello della chiusura dei manicomi.
Oggi, grazie a quei movimenti, sono stati fatti enormi passi in avanti rispetto all’acquisizione di diritti delle persone con disabilità. 

Il cambiamento di paradigma sulla disabilità - da quello medicalizzante a quello bio-psico-sociale - ha portato all’emanazione nel 2006 della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con disabilità sottoscritta da 153 Stati.
La Convenzione afferma, non tanto nuovi diritti, ma concretizza e sostiene i diritti fondamentali delle persone con disabilità e i vari dispositivi di tutela dei Diritti Umani nella stessa misura dei normodotati, contemplando quindi diritti civili, politici, economici, sociali e culturali. Di fatto, dopo quasi 60 anni dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, l’umanità, con la Convenzione, afferma che le persone con disabilità sono uomini e donne con gli stessi diritti umani degli altri. 
Perciò l’esclusione sociale, la discriminazione, i servizi inefficienti che non rispondono ai bisogni delle persone con disabilità, che li costringono ai margini della società, non sono problemi che riguardano “le persone meno fortunate di noi…” ma sono questioni fondamentali che minano i diritti umani di tutti e tutte. E tali diritti non possono essere contrapposti ai diritti di qualche altra categoria proprio perché riguardano tutti gli esseri umani.
Non a caso da parte del mondo associativo c’è la consapevolezza di operare “per la cultura della pace e la promozione dei diritti umani”, così come recita il primo articolo dello Statuto della FISH (Federazione Italiana Superamento Handicap) - una delle più grandi aggregazioni di organizzazioni di persone con disabilità.  
I Paesi che hanno ratificato la Convenzione si impegnano a eliminare gli ostacoli che incontrano le persone con disabilità, a proteggerli dalle discriminazioni e a promuoverne le pari opportunità e l'integrazione nella società civile.
Oggi siamo ancora lontani da una piena inclusione sociale delle persone con disabilità, anche se il cammino intrapreso è ormai inarrestabile. Infatti, se da una parte sono ancora vittime di pregiudizi e stereotipi, oppure sono costrette a subire delle vere e proprie azioni di violenza, intolleranza e discriminazione in ambito lavorativo e sociale, dall’altra c’è un protagonismo fondamentale delle persone con disabilità.
Il coinvolgimento dell’associazionismo di categoria nelle decisioni sulle politiche sulla disabilità a tutti i livelli è un fatto determinante capace di orientare dall’azione legislativa a quella amministrativa; così come sta emergendo da parte delle giovani generazioni di persone con disabilità la rivendicazione del diritto all’assistenza, all’autonomia e alla vita indipendente. Nuovi movimenti come “Liberi di Fare” o “vorrei prendere il treno” attraverso manifestazioni, marce, sit-in o campagne di sensibilizzazione denunciano discriminazioni, abilismo e segregazione chiedendo pieni diritti, pari opportunità e una vita dignitosa.  
In questo quadro c’è uno spazio enorme per il potere trasformativo della nonviolenza. 
E’ l’occasione per riaffermare con forza la dignità e l’unicità di ogni persona, il diritto alla differenza e alla partecipazione attiva. È l’opportunità per ripensare in modo creativo le nostre organizzazioni sociali, per ribaltare il modo in cui produciamo ricchezza, mettendo al centro le persone in carne e ossa. 
Soltanto così che “la pietra scartata dai costruttori può divenire la pietra angolare” su cui si si tiene insieme una società dove tutti e tutte possono trovare il proprio spazio di vita piena. 

Articolo apparso sul numero monografico "Disabilità e nonviolenza” 4-2020 (luglio-agosto) di “Azione nonviolenta”, rivista del Movimento Nonviolento, fondata da Aldo Capitini nel 1964, bimestrale di formazione, informazione e dibattito sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo.


 

2001-2021 GENOVA 20anni dopo

Il 19 luglio sono vent’anni dal G8 di Genova e come ogni anniversario sembra inevitabile soffermarci sulle violenze subite dai manifestanti, sulla gestione scriteriata della piazza durante le giornate del Social Forum. Ogni anno denunciamo le violenze della Diaz e di Bolzaneto, contestiamo la sospensione delle garanzie democratiche a danno di manifestanti e militanti e ricordiamo l’inaccettabile morte del ventenne Carlo Giuliani. Un atteggiamento di rivendicazione più che legittimo che chiede che, a distanza di anni, sia fatta giustizia e verità su quelle quarantotto ore terribili. Ma rimanere solo su questo, a distanza di vent’anni, significa fare di nuovo il gioco di chi ha voluto coprire con il sangue le giuste richieste, le idee innovative e i rimedi concreti che si proponevano in quel periodo. 


Vent’anni sono un tempo sufficiente per cercare di andare oltre la denuncia e far riemergere le tematiche di quel movimento straordinario e soprattutto l’attualità delle posizioni e delle proposte elaborate.

Per comprendere meglio la portata del movimento NoGlobal, o come preferivamo farci chiamare AlterMondialista, occorre sapere che c’è stato un PRIMA, un DURANTE e un DOPO il G8 di Genova. 

Sul “durante” è stato scritto molto, sono stati prodotti film, documentari.  Per questo non dobbiamo mai smettere di ringraziare il lavoro incessante degli avvocati del Genova legal forum, dell’associazionismo per i diritti umani, ma soprattutto Haidi e Giuliano Giuliani, i genitori di Carlo, per la loro tenacia e il loro impegno per fare verità sui fatti vergognosi avvenuti durante le manifestazioni del G8 e sui successivi tentativi di insabbiamento. 

Nel 2017 il Capo della Polizia Franco Gabrielli, nominato qualche mese prima, in un’intervista su La Repubblica ha dichiarato: “A Genova morì un ragazzo. Ed era la prima volta dopo gli anni della notte della Repubblica che si tornava ad essere uccisi in piazza. A Genova un'infinità di persone incolpevoli subirono violenze fisiche e psicologiche che hanno segnato le loro vite. E se tutto questo, ancora oggi, è motivo di dolore, rancore, diffidenza, beh, allora vuol dire che, in questi sedici anni, la riflessione non è stata sufficiente. Né è stato sufficiente chiedere scusa a posteriori.

Le violenze di quei giorni hanno oscurato le questioni che il movimento con efficacia portava avanti. Purtroppo anche oggi, chi evidenzia solo le brutalità del G8 di Genova è come quel reduce per cui la guerra non è mai finita e lascia chiuse nel buio di una cella di Bolzaneto quelle istanze e tematiche che, se messe in luce, apparirebbero evidentemente più attuali che mai. 

Sappiamo che se i potenti della terra non avessero ignorato i problemi che si ponevano all’epoca, se la sinistra governativa italiana ed europea avessero colto a pieno quelle sollecitazioni, forse non avremmo avuto la crisi finanziaria del 2008, il default della Grecia, l’imperversare dei populismi e l’emergenza climatica che sembra irreversibile. Avremmo risparmiato migliaia vite annegate nel mediterraneo e avremmo affrontato la pandemia probabilmente con più efficacia. 


Un volta attribuiti i torti e le ragioni, occorre invece ricordare che al Genova Social Forum aderirono 1.187 organizzazioni: associazioni pacifiste, partiti, cooperative sociali, sindacati, ONG italiane e internazionali, centri sociali e addirittura ordini religiosi di suore. Tutti facevano riferimento direttamente o indirettamente al primo Forum Sociale Mondiale del Gennaio 2001 svoltosi a Porto Alegre, il quale inaugurò il nuovo secolo con l’ambiziosa affermazione: “Un altro mondo è possibile!” 

In questo entusiasmante clima di lotta e desiderio di fare rete nacque così un movimento mondiale: il movimento dei movimenti, come spazio aperto di riflessione, critica e confronto tra diverse culture come quelle laiche, cristiane, ecologiste e socialiste. Il nord e il sud del mondo, l’oriente e l’occidente. Tutti consapevoli che ognuno stava lavorando su diversi livelli per costruire un’alternativa concreta al neoliberismo che schiacciava i popoli.

Questo movimento, che partiva dall’America Latina e arrivava fino all’India, poneva al centro alcune questioni chiave come i diritti umani, le pratiche di democrazia partecipativa, la tutela delle diversità, che spaziavano da quelle culturali a quelle biologiche a difesa dell’ambiente, la pace, la cancellazione del debito estero dei paesi del sud del mondo, l’uguaglianza e la solidarietà tra i popoli, tra i generi, le etnie, l’accesso universale alle risorse idriche e alle cure sanitarie.  Si parlava di sviluppo sostenibile, cambiamenti climatici, deforestazione e allevamenti intensivi. Si metteva l’accento sulle storture del capitalismo neoliberista globalizzato che produceva una distribuzione iniqua della ricchezza, una perdita delle identità culturali con danni sociali e ambientali spesso irreparabili. Si proponeva la TobinTax: una tassa mondiale per una più equa distribuzione della ricchezza, tema che addirittura oggi ha proposto Biden al G20 (global minimun tax). Si criticavano le case farmaceutiche che, con il monopolio sui “brevetti”, negavano l’accesso alla cura del HIV/AIDS (all’epoca faceva più di due milioni di vittime all’anno). 

La trasversalità e la pluralità, la capacità di contaminare e contaminarsi sono stati gli elementi che hanno permesso a quel movimento di guadagnarsi il centro del dibattito politico e non di certo le vetrine rotte di una banca. Semmai il contrario: le violenze dei black bloc e gli abusi delle forze dell’ordine lo hanno relegato a un problema di ordine pubblico. Niente di nuovo per il nostro paese che ha vissuto gli anni di piombo e la strategia della tensione che è stata la leva per mantenere lo status quo.

Quel movimento globale in cui si è tentato di mettere insieme le istanze degli indios del Chiapas con quelle dei piccoli agricoltori francesi, i diritti umani delle donne indiane con il diritto al lavoro degli operai esclusi dalla delocalizzazione, i missionari cattolici con i centri sociali, non è morto a Genova. Si dimostrò a Ottobre del 2001 ad Assisi, nella Marcia per la Pace con la presenza di 200.000 persone, proprio mentre gli USA preparavano “la guerra permanente” in risposta all’11 Settembre. Poi nel 2002, in una Firenze blindata e terrorizzata per gli eventi del Social Forum Europeo, con la presenza di 700.000 persone che sfilavano pacificamente e resero evidente a tutti che quel movimento non era riconducibile solo alla “protesta di piazza” ma era un insieme di migliaia di cantieri sociali e laboratori di idee sparsi in tutto il mondo.  

Negli anni successivi quelle energie poi sfociarono nel movimento per la pace: più di 120 milioni di donne e uomini scesero in piazza in oltre 600 città dei cinque continenti il 15 febbraio 2003 per manifestare contro la guerra in Iraq che sarebbe iniziata poco più di un mese dopo. Il New York Times titolò che il movimento pacifista era “la seconda potenza mondiale”, dopo gli USA. 

Alessandro Leogrande, prendendo in prestito la metafora di Ignazio Silone, diceva che il movimento che si è reso visibile al G8 di Genova è “il seme sotto la neve”. Ha dato qualche frutto e può ancora germogliare. In Italia, il reddito di cittadinanza e la vittoria del referendum sull’acqua pubblica del 2011 sono sicuramente frutto del Social Forum, così come lo fu, qualche anno fa, il movimento Occupy Wall Street e oggi lo sono Fridays For Future, Black Lives Matter e il movimento femminista #MeToo. Movimenti che travalicano i confini nazionali e propongono un cambiamento radicale. Sono capaci di uscire dal ghetto dell’antagonismo militante e di imporre l’agenda politica.  

Ancora oggi persistono molte questioni irrisolte che il liberismo ha addirittura aggravato: la distribuzione iniqua della ricchezza, l’accesso alle cure riservate solo ai più ricchi del pianeta, l’ingiustizia climatica, le discriminazioni delle minoranze. I troppi “Stefano Cucchi” e i fatti emersi recentemente dal carcere di Santa Maria Capua Vetere ci dicono che le violenze e le torture da parte delle forze dell’ordine non sono archiviate. Proprio perché intorno a noi sono presenti ancora queste contraddizioni e sofferenze, dobbiamo avere la fermezza di continuare a sostenere che “Un Altro Mondo è possibile, una Altro Mondo è necessario!” lavorando quotidianamente alla ricerca di soluzioni, realizzando alternative praticabili, costruendo reti d’iniziative locali dal basso e anche di più ampio respiro. Occorre avere il coraggio del confronto tra i diversi punti di vista, recuperare quella pluralità e trovare uno spazio concreto di interlocuzione con la politica che in questi anni è mancato. Le idee non muoiono solamente se vengono messe in circolo.


(Articolo pubblicato per L'Agone )


Da vittime di violenza a protagoniste del cambiamento. Disabilità e nonviolenza

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