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Liste di leva: il manifesto che fa rumore, ma non richiama nessuno

In questi giorni sui social di Bracciano - ma anche in altri Comuni d’Italia - gira il manifesto comunale sulla “Formazione della lista di leva” (per i nati nel 2009). E con l’immagine arrivano reazioni immediate: chi si allarma (“ci risiamo”), chi la butta sul moralismo (“finalmente raddrizzano questi giovani smidollati”).

Capisco il fermento: la parola leva si porta dietro un immaginario pesante, un mondo intero di simboli, paure e nostalgia del “rigore”. Ma qui va detto con chiarezza: quel manifesto non è una chiamata alle armi.  È un adempimento amministrativo previsto dalla normativa, che continua a essere ripetuto anche se il servizio militare obbligatorio è sospeso (le chiamate sono sospese dal 1° gennaio 2005, per effetto della legge 23 agosto 2004 n. 226). 

Infatti la procedura è prevista dal Codice dell’Ordinamento Militare: ogni anno i Comuni rendono noto – con un manifesto – che i giovani di sesso maschile che compiono 17 anni devono essere inseriti nella lista di leva del Comune dove hanno il domicilio legale. Non è una “novità” del 2026: è una prassi ordinaria (e poco sensata aggiungo io) che i Comuni continuano a fare per legge, anche se la leva obbligatoria è sospesa da anni — come se le amministrazioni comunali non avessero di meglio da fare, con gli organici ridotti all’osso negli ultimi anni.

Sospesa, non abolita

Il punto è che la Leva è “sospesa, non abolita”. Essendo sospesa, nella testa di molti diventa subito “riattivabile”. E allora il salto emotivo è facile: o paura (“ci stanno arruolando”), o nostalgia punitiva (“un po’ di disciplina a questi giovani ci vuole!”).

Ma la realtà, oggi, è molto più prosaica: non c’è alcun ordine di presentarsi, nessuna mobilitazione, nessun richiamo. È burocrazia, con un linguaggio che oggi suona fuori tempo, in barba anche alle parità di genere.

Può tornare la leva “domani”? No. Dopodomani? “Dipende” (ma non dai Comuni)

Se mai la leva dovesse essere ripristinata, non potrebbe avvenire per iniziativa di un Comune o con un manifesto: servirebbero atti formali dello Stato e condizioni politiche e istituzionali straordinarie come la deliberazione dello stato di guerra o una grave crisi internazionale che richieda un aumento degli organici.

E no: non lo decide il Sindaco Marco Crocicchi. Anche se — lo dico sorridendo — se potessi scegliere a chi mettere in mano un potere del genere, preferirei il mio Sindaco che certi nazionalisti nostalgici da salotto.

Il vero punto: il clima

Questo allarme diventa credibile perché oggi la guerra e gli arruolamenti entrano prima nelle parole che nei fatti: nel linguaggio pubblico, nelle priorità, qualche volta nelle scuole, nella retorica della “durezza” come scorciatoia educativa, nell’accettazione supina delle logiche di guerra che stanno in giro per il mondo da parte dei nostri governanti.

Se per mesi senti parlare di “nemici”, di “riarmo inevitabile”, di “sicurezza” come unica bussola; se vedi che la politica alza i toni e abbassa le domande, allora basta un manifesto con scritto lista di leva per far scattare l’immaginario: “ci stanno preparando”.

E intanto, anche se qui non si spara un proiettile, qualcosa si muove lo stesso:

  • si normalizza l’idea che la risposta ai conflitti sia la forza;
  • si accetta che la paura diventi metodo di governo;
  • si rispolvera la retorica del “servono uomini duri”, come se la fragilità fosse una colpa e non una condizione umana.

Il punto non è negare che il mondo sia pericoloso. Il punto è non lasciarsi trascinare in un clima in cui la guerra diventa un’abitudine mentale inevitabile: si insinua nelle parole, orienta le scelte, riscrive i bilanci, restringe i diritti.

E se un giorno la leva militare tornasse davvero? C’è l’obiezione di coscienza

Se un domani lo Stato ripristinasse la leva, resta un punto fermo: la Legge 230/1998 sul diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare.

È un diritto — riconosciuto in Italia e nella maggior parte dei Paesi europei — a non ottemperare a un obbligo dello Stato quando entra in conflitto con la propria coscienza. E non nasce a caso, né è una scorciatoia. Nasce da lotte e scelte personali pagate a caro prezzo, quando dire “no” all’arruolamento significava processi e carcere.

Prima del riconoscimento pieno del 1998, c’è stata una lunga storia che passa anche dalla prima legge sul tema, la 772/1972, figlia di un conflitto culturale e civile durato anni, che ha coinvolto: cristiani, socialisti, anarchici, nonviolenti e pacifisti.

È, in sostanza, il riconoscimento che la coscienza non è un capriccio: è un principio democratico, un limite al potere quando lo Stato pretende di entrare nella parte più intima di una persona (la propria coscienza appunto).


Alla fine, quindi: non confondiamo la realtà. Un manifesto non è una guerra che arriva (lo so, fanno di tutto per farcelo credere).

Però può essere, oggi più che mai, un’occasione utile: parlare alle nuove generazioni di coscienza, di scelte, di responsabilità, di nonviolenza, di cosa vuol dire “servire” una comunità senza consegnare la propria umanità ai giochi di guerra dei potenti o alla propaganda bellicista.

Perché le società libere non si difendono solo con le armi: si difendono anche con persone capaci di pensare, dissentire, restare umane. E se vogliamo scongiurare il prossimo arruolamento, si cominci da subito — ognuno come può — a lavorare per la pace e la giustizia: nel proprio quartiere, nella propria comunità, rifiutando la logica binaria del nemico o amico, indignandosi con forza davanti alle storture dell’umanità e costruendo ponti di solidarietà tra noi e gli altri.

A Bracciano, nel nostro piccolo, questo lo stiamo già provando a fare con il Cantiere di Pace: uno spazio aperto di partecipazione e lavoro comune che tiene insieme l’Amministrazione, le associazioni, i cittadini, le cittadine e le realtà del territorio, per trasformare la pace da parola astratta a pratiche concrete — dialogo, educazione, incontri tra popoli e iniziative solidali capaci di fare comunità.

Perché la pace, solo quando la costruisci ogni giorno, smette di essere un cumulo di “buone intenzioni” e diventa qualcosa che regge anche quando arriva la paura.


Un’urgenza politica nelle lotte per i diritti, la pace, la Palestina e l’Ucraina

C’è un equivoco che ritorna sempre, come un riflesso automatico: pensare che la 𝐧𝐨𝐧𝐯𝐢𝐨𝐥𝐞𝐧𝐳𝐚 sia una scelta comoda. Una zona neutra. Una fuga dal conflitto.

È l’opposto.

In realtà, oggi la nonviolenza è una 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢𝐭𝐚̀ 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚, non soltanto un esercizio morale. È una scelta di efficacia, in un tempo in cui gli 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐢 si stanno restringendo e il conflitto viene progressivamente espulso dalla sfera politica.

Viviamo una fase in cui il conflitto sociale e politico non è più considerato parte fisiologica della democrazia, ma trattato come un problema di 𝐬𝐢𝐜𝐮𝐫𝐞𝐳𝐳𝐚. Le domande di giustizia diventano rischi da contenere, le mobilitazioni minacce da prevenire, il dissenso qualcosa da sorvegliare e, sempre più spesso, da reprimere.

Negli Stati Uniti, strumenti come il 𝐍𝐚𝐭𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥 𝐒𝐞𝐜𝐮𝐫𝐢𝐭𝐲 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐢𝐚𝐥 𝐌𝐞𝐦𝐨𝐫𝐚𝐧𝐝𝐮𝐦 𝐍𝐒𝐏𝐌-𝟕 rendono esplicita questa direzione: categorie vaghe, definizioni elastiche, un uso politico della nozione di “𝐭𝐞𝐫𝐫𝐨𝐫𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐨” che può inglobare dissenso, attivismo e critica radicale. Antifascismo, anti-americanismo, anti-capitalismo, ostilità verso modelli “tradizionali”, posizioni su migrazione, genere o diritti civili diventano 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐨, non più opinioni politiche.

Quando le idee diventano indizi e le posizioni fattori di pericolosità, il problema non è più solo americano. È un modello.

E quel modello lo vediamo all’opera anche in Europa.

In 𝐔𝐧𝐠𝐡𝐞𝐫𝐢𝐚, la compressione dei diritti civili e dello spazio pubblico è ormai sistemica: società civile, università, diritti LGBTQ+, libertà di stampa. Non attraverso rotture clamorose, ma mediante una normalizzazione lenta e pervasiva.

In 𝐀𝐮𝐬𝐭𝐫𝐢𝐚, l’estensione degli strumenti di prevenzione e sorveglianza rischia di colpire organizzazioni della società civile impegnate in attività pacifiche, limitando libertà di associazione ed espressione.

In 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚, conosciamo bene questa deriva: decreti sicurezza, inasprimento delle pene per chi manifesta, retorica dell’ordine come valore supremo. Il conflitto è tollerato solo se non disturba. Se disturba davvero, diventa un problema.

In questo contesto, la violenza — anche simbolica, anche episodica — è sempre il miglior alleato di chi vuole restringere diritti e libertà.

𝐏𝐚𝐥𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐚: 𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐞𝐠𝐢𝐭𝐭𝐢𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐞𝐠𝐢𝐚

Sulla Palestina questa dinamica emerge in modo particolarmente brutale.

In molti paesi europei, la solidarietà al popolo palestinese viene progressivamente spostata dal piano dei 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐢 a quello della 𝐬𝐢𝐜𝐮𝐫𝐞𝐳𝐳𝐚. Criticare le politiche del governo israeliano, denunciare l’occupazione e lo sterminio della popolazione civile, chiedere il 𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚𝐭𝐞 𝐢𝐥 𝐟𝐮𝐨𝐜𝐨 e il rispetto del 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢𝐨 è diventato, negli ultimi anni, un atto sospetto.

Il passaggio decisivo avviene quando questa denuncia esce dai circuiti militanti, diventa oggetto di attenzione da parte degli organismi internazionali e assume una dimensione 𝐝𝐢 𝐦𝐚𝐬𝐬𝐚. Centinaia di migliaia di cittadini, associazioni ed enti locali hanno preso posizione di fronte a una tragedia umanitaria senza precedenti.

A quel punto, una parte del dibattito pubblico sceglie una scorciatoia: non discutere il merito delle richieste — legalità internazionale, protezione dei civili, aiuti umanitari — ma delegittimare il movimento sul piano morale, appiccicandogli un’etichetta che pesa come una condanna: 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐬𝐞𝐦𝐢𝐭𝐢𝐬𝐦𝐨.

È una confusione deliberata. Si mescola la critica a un governo con l’odio verso un popolo. Si cancella la distinzione tra antisionismo, critica politica, solidarietà umanitaria e pregiudizio antiebraico. Il risultato è duplice: si colpisce la credibilità di chi protesta e si sposta il conflitto dal terreno dei fatti a quello delle intenzioni, dove è più facile criminalizzare e più difficile difendersi.

Dirlo non significa minimizzare un problema reale. L’antisemitismo esiste, è pericoloso e va combattuto senza ambiguità. Ma proprio perché è una cosa seria, non può essere usato come 𝐜𝐥𝐚𝐯𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 per zittire chi chiede diritti e protezione dei civili. Se tutto diventa antisemitismo, alla fine nulla lo è davvero: si banalizza il termine e si indebolisce la lotta contro l’odio autentico.

In questo scenario, ogni ambiguità, ogni atto violento, ogni linguaggio che scivola nella radicalizzazione diventa un’arma contro la causa stessa. Non perché la richiesta di giustizia sia sbagliata, ma perché il contesto politico è costruito per usare la violenza come alibi per il silenzio.

La verità necessaria è che la violenza non rafforza la causa palestinese — e non rafforza nessuna causa. La rende più isolabile, più fragile, più facilmente reprimibile.

𝐔𝐜𝐫𝐚𝐢𝐧𝐚: 𝐥𝐚 𝐧𝐨𝐧𝐯𝐢𝐨𝐥𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚

Il tema dell’Ucraina rende il quadro ancora più complesso e ci obbliga a uscire dalle semplificazioni.

L’invasione russa è un’aggressione evidente, una violazione del diritto internazionale e della sovranità di uno Stato. Difendere il popolo ucraino significa riconoscere questo dato senza ambiguità.

Ma riconoscerlo non può significare rinunciare a una riflessione politica più ampia. In Europa, il conflitto ucraino è stato spesso utilizzato per legittimare una 𝐧𝐨𝐫𝐦𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚: aumento vertiginoso delle spese militari, retorica bellica permanente, riduzione dello spazio per il dissenso pacifista, sospetto verso chi pone domande su escalation, diplomazia e soluzioni negoziali.

Anche qui, la nonviolenza non è negazione della realtà, ma 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚. È il rifiuto di accettare che la guerra diventi l’unico linguaggio possibile, l’unica risposta pensabile, l’unico orizzonte.

Chi chiede negoziati, 𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚𝐭𝐞 𝐢𝐥 𝐟𝐮𝐨𝐜𝐨 e canali diplomatici non sta “tradendo” nessuno. Sta difendendo l’idea che la pace non sia una resa, ma un 𝐨𝐛𝐢𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐨 da costruire.

Nonviolenza non è equidistanza

Serve dirlo con chiarezza: la nonviolenza non è equidistanza, né ingenuità.

È una 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐚𝐦𝐩𝐨.
È decidere dove si combatte il conflitto.
È non farsi trascinare dove il potere oppressivo è più forte: nella paura, nell’emergenza permanente, nella logica amico-nemico.

La nonviolenza è conflitto aperto, ma leggibile: si capisce chi chiede cosa, contro chi o cosa si protesta, su quali principi — diritti, legge, giustizia.
È radicalità che non regala appigli a chi vuole chiudere gli spazi democratici.

Storicamente, i movimenti nonviolenti hanno ottenuto risultati proprio perché hanno reso evidente l’𝐚𝐬𝐢𝐦𝐦𝐞𝐭𝐫𝐢𝐚 𝐦𝐨𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐭𝐫𝐚 𝐜𝐡𝐢 𝐫𝐞𝐩𝐫𝐢𝐦𝐞 𝐞 𝐜𝐡𝐢 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞.
Quando questa asimmetria si spezza, quando la violenza entra in campo, il potere torna immediatamente in vantaggio.


Media e Fake News in tempi di guerra

Un approfondimento su come l’informazione diventa terreno di scontro nei conflitti contemporanei.

Dalla propaganda storica alle piattaforme digitali, dal fact-checking allo shadowbanning, il documento prova a rispondere a una domanda scomoda ma necessaria:

chi decide cosa è vero, cosa è falso e cosa può essere detto?

Contrastare la disinformazione è fondamentale. Farlo senza ridurre il pluralismo e la libertà di espressione è una sfida democratica aperta.

Informazione, media, guerra, diritti: temi intrecciati che meritano attenzione e discussione.

Scarica qui il documento 




2001-2021 GENOVA 20anni dopo

Il 19 luglio sono vent’anni dal G8 di Genova e come ogni anniversario sembra inevitabile soffermarci sulle violenze subite dai manifestanti, sulla gestione scriteriata della piazza durante le giornate del Social Forum. Ogni anno denunciamo le violenze della Diaz e di Bolzaneto, contestiamo la sospensione delle garanzie democratiche a danno di manifestanti e militanti e ricordiamo l’inaccettabile morte del ventenne Carlo Giuliani. Un atteggiamento di rivendicazione più che legittimo che chiede che, a distanza di anni, sia fatta giustizia e verità su quelle quarantotto ore terribili. Ma rimanere solo su questo, a distanza di vent’anni, significa fare di nuovo il gioco di chi ha voluto coprire con il sangue le giuste richieste, le idee innovative e i rimedi concreti che si proponevano in quel periodo. 


Vent’anni sono un tempo sufficiente per cercare di andare oltre la denuncia e far riemergere le tematiche di quel movimento straordinario e soprattutto l’attualità delle posizioni e delle proposte elaborate.

Per comprendere meglio la portata del movimento NoGlobal, o come preferivamo farci chiamare AlterMondialista, occorre sapere che c’è stato un PRIMA, un DURANTE e un DOPO il G8 di Genova. 

Sul “durante” è stato scritto molto, sono stati prodotti film, documentari.  Per questo non dobbiamo mai smettere di ringraziare il lavoro incessante degli avvocati del Genova legal forum, dell’associazionismo per i diritti umani, ma soprattutto Haidi e Giuliano Giuliani, i genitori di Carlo, per la loro tenacia e il loro impegno per fare verità sui fatti vergognosi avvenuti durante le manifestazioni del G8 e sui successivi tentativi di insabbiamento. 

Nel 2017 il Capo della Polizia Franco Gabrielli, nominato qualche mese prima, in un’intervista su La Repubblica ha dichiarato: “A Genova morì un ragazzo. Ed era la prima volta dopo gli anni della notte della Repubblica che si tornava ad essere uccisi in piazza. A Genova un'infinità di persone incolpevoli subirono violenze fisiche e psicologiche che hanno segnato le loro vite. E se tutto questo, ancora oggi, è motivo di dolore, rancore, diffidenza, beh, allora vuol dire che, in questi sedici anni, la riflessione non è stata sufficiente. Né è stato sufficiente chiedere scusa a posteriori.

Le violenze di quei giorni hanno oscurato le questioni che il movimento con efficacia portava avanti. Purtroppo anche oggi, chi evidenzia solo le brutalità del G8 di Genova è come quel reduce per cui la guerra non è mai finita e lascia chiuse nel buio di una cella di Bolzaneto quelle istanze e tematiche che, se messe in luce, apparirebbero evidentemente più attuali che mai. 

Sappiamo che se i potenti della terra non avessero ignorato i problemi che si ponevano all’epoca, se la sinistra governativa italiana ed europea avessero colto a pieno quelle sollecitazioni, forse non avremmo avuto la crisi finanziaria del 2008, il default della Grecia, l’imperversare dei populismi e l’emergenza climatica che sembra irreversibile. Avremmo risparmiato migliaia vite annegate nel mediterraneo e avremmo affrontato la pandemia probabilmente con più efficacia. 


Un volta attribuiti i torti e le ragioni, occorre invece ricordare che al Genova Social Forum aderirono 1.187 organizzazioni: associazioni pacifiste, partiti, cooperative sociali, sindacati, ONG italiane e internazionali, centri sociali e addirittura ordini religiosi di suore. Tutti facevano riferimento direttamente o indirettamente al primo Forum Sociale Mondiale del Gennaio 2001 svoltosi a Porto Alegre, il quale inaugurò il nuovo secolo con l’ambiziosa affermazione: “Un altro mondo è possibile!” 

In questo entusiasmante clima di lotta e desiderio di fare rete nacque così un movimento mondiale: il movimento dei movimenti, come spazio aperto di riflessione, critica e confronto tra diverse culture come quelle laiche, cristiane, ecologiste e socialiste. Il nord e il sud del mondo, l’oriente e l’occidente. Tutti consapevoli che ognuno stava lavorando su diversi livelli per costruire un’alternativa concreta al neoliberismo che schiacciava i popoli.

Questo movimento, che partiva dall’America Latina e arrivava fino all’India, poneva al centro alcune questioni chiave come i diritti umani, le pratiche di democrazia partecipativa, la tutela delle diversità, che spaziavano da quelle culturali a quelle biologiche a difesa dell’ambiente, la pace, la cancellazione del debito estero dei paesi del sud del mondo, l’uguaglianza e la solidarietà tra i popoli, tra i generi, le etnie, l’accesso universale alle risorse idriche e alle cure sanitarie.  Si parlava di sviluppo sostenibile, cambiamenti climatici, deforestazione e allevamenti intensivi. Si metteva l’accento sulle storture del capitalismo neoliberista globalizzato che produceva una distribuzione iniqua della ricchezza, una perdita delle identità culturali con danni sociali e ambientali spesso irreparabili. Si proponeva la TobinTax: una tassa mondiale per una più equa distribuzione della ricchezza, tema che addirittura oggi ha proposto Biden al G20 (global minimun tax). Si criticavano le case farmaceutiche che, con il monopolio sui “brevetti”, negavano l’accesso alla cura del HIV/AIDS (all’epoca faceva più di due milioni di vittime all’anno). 

La trasversalità e la pluralità, la capacità di contaminare e contaminarsi sono stati gli elementi che hanno permesso a quel movimento di guadagnarsi il centro del dibattito politico e non di certo le vetrine rotte di una banca. Semmai il contrario: le violenze dei black bloc e gli abusi delle forze dell’ordine lo hanno relegato a un problema di ordine pubblico. Niente di nuovo per il nostro paese che ha vissuto gli anni di piombo e la strategia della tensione che è stata la leva per mantenere lo status quo.

Quel movimento globale in cui si è tentato di mettere insieme le istanze degli indios del Chiapas con quelle dei piccoli agricoltori francesi, i diritti umani delle donne indiane con il diritto al lavoro degli operai esclusi dalla delocalizzazione, i missionari cattolici con i centri sociali, non è morto a Genova. Si dimostrò a Ottobre del 2001 ad Assisi, nella Marcia per la Pace con la presenza di 200.000 persone, proprio mentre gli USA preparavano “la guerra permanente” in risposta all’11 Settembre. Poi nel 2002, in una Firenze blindata e terrorizzata per gli eventi del Social Forum Europeo, con la presenza di 700.000 persone che sfilavano pacificamente e resero evidente a tutti che quel movimento non era riconducibile solo alla “protesta di piazza” ma era un insieme di migliaia di cantieri sociali e laboratori di idee sparsi in tutto il mondo.  

Negli anni successivi quelle energie poi sfociarono nel movimento per la pace: più di 120 milioni di donne e uomini scesero in piazza in oltre 600 città dei cinque continenti il 15 febbraio 2003 per manifestare contro la guerra in Iraq che sarebbe iniziata poco più di un mese dopo. Il New York Times titolò che il movimento pacifista era “la seconda potenza mondiale”, dopo gli USA. 

Alessandro Leogrande, prendendo in prestito la metafora di Ignazio Silone, diceva che il movimento che si è reso visibile al G8 di Genova è “il seme sotto la neve”. Ha dato qualche frutto e può ancora germogliare. In Italia, il reddito di cittadinanza e la vittoria del referendum sull’acqua pubblica del 2011 sono sicuramente frutto del Social Forum, così come lo fu, qualche anno fa, il movimento Occupy Wall Street e oggi lo sono Fridays For Future, Black Lives Matter e il movimento femminista #MeToo. Movimenti che travalicano i confini nazionali e propongono un cambiamento radicale. Sono capaci di uscire dal ghetto dell’antagonismo militante e di imporre l’agenda politica.  

Ancora oggi persistono molte questioni irrisolte che il liberismo ha addirittura aggravato: la distribuzione iniqua della ricchezza, l’accesso alle cure riservate solo ai più ricchi del pianeta, l’ingiustizia climatica, le discriminazioni delle minoranze. I troppi “Stefano Cucchi” e i fatti emersi recentemente dal carcere di Santa Maria Capua Vetere ci dicono che le violenze e le torture da parte delle forze dell’ordine non sono archiviate. Proprio perché intorno a noi sono presenti ancora queste contraddizioni e sofferenze, dobbiamo avere la fermezza di continuare a sostenere che “Un Altro Mondo è possibile, una Altro Mondo è necessario!” lavorando quotidianamente alla ricerca di soluzioni, realizzando alternative praticabili, costruendo reti d’iniziative locali dal basso e anche di più ampio respiro. Occorre avere il coraggio del confronto tra i diversi punti di vista, recuperare quella pluralità e trovare uno spazio concreto di interlocuzione con la politica che in questi anni è mancato. Le idee non muoiono solamente se vengono messe in circolo.


(Articolo pubblicato per L'Agone )


Cinquant’anni fa uccisero Martin Luther King, ma non il suo messaggio di pace

Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della morte di uno dei personaggi storici più influenti nella battaglia per i diritti delle minoranze.


4 Aprile, da Firenze a Milano, da Palermo a Torino, da Parma a Roma, da Varese a Livorno le campane di alcune chiese suonano trentanove rintocchi in memoria del cinquantesimo anniversario della morte di Martin Luther King, Jr. 

Trentanove colpi di campana, tanti quanti gli anni che aveva Martin Luther King quando venne ucciso. Iniziative promosse da Wilpf (Lega Internazionale Donne per la Pace e la Libertà), dal Centro Gandhi e dal Centro Studi Nonviolenza, che dichiarano:

Attraverso la mobilitazione delle Chiese cerchiamo di potenziare la breccia nel muro della collettiva indifferenza che sottrae preziose energie umane che, invece, dovrebbero opporsi con determinazione ad ogni forma di violenza ed esigere la PACE, con il dialogo e la cooperazione tra i popoli”.
Il 4 Aprile 1968, poco prima delle 18:00, Martin si era affacciato sul balcone della stanza 306 del Lorraine Motel di Memphis, Tennessee. Si era sporto per dire al suo amico nel cortile di sotto, il sassofonista Ben Branch: “Ben, make sure you play Take My Hand, Precious Lord” nell’incontro che si doveva tenere più tardi. Alle 18:01 viene esploso un proiettile da un fucile di precisione, che colpisce King alla testa. Trasportato al St. Joseph’s Hospital, la sua morte venne annunciata alle 19:05. Martin Luther King aveva trentanove anni.

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Era stato, la sera prima del 3 aprile 1968, con i suoi amici attivisti storici, come Ralph Abernarthy e Jesse Jackson, nel Memphis Labor Temple.
Lì King tenne il suo discorso, dove alcuni scioperanti da mesi chiedevano migliori condizioni di lavoro a seguito della morte dei netturbini Echol Cole e Robert Walker, rimasti schiacciati da alcuni compattatori per rifiuti mentre cercavano un riparo dalla pioggia. Chiedevano parità di salario a quello dei bianchi, riconoscimento sindacale e migliori condizioni di sicurezza. Martin Luther King in quel discorso sosteneva di non aver paura della morte, sentendosi nelle mani di Dio dopo essere stato “sulla vetta della montagna” (il discorso è infatti ricordato con il titolo “I’ve been on the mountaintop“).

L’anno precedente aveva dato vita alla “Poor People’s Campaign”: lo scopo era quello di chiedere il riscatto sociale, non solo per gli afroamericani, ma per centinaia di migliaia di poveri messi ai margini della società americana da un sistema capitalistico che produceva prevalentemente iniquità ed esclusione.

Nell’ultimo tempo della sua vita intensificò una feroce critica all’economia americana:

"Quando le macchine e i computer, il profitto e i diritti di proprietà sono considerati più importanti delle persone, allora è impossibile battere la titanica tripletta di razzismo, materialismo e militarismo” (1967 discorso alla Riverside Church).

La battaglia per i diritti civili e contro la segregazione razziale, iniziata il 1 dicembre 1955 a Montgomery, Alabama, dopo che Rosa Parks venne arrestata per non aver lasciato un posto sull’autobus riservato ai bianchi, si trasforma negli anni in una lotta nonviolenta tesa a pretendere più giustizia sociale per tutti.

Un percorso chiaro e una scelta di “classe” ben precisa, che dovrebbe ispirare in questo senso molte organizzazioni che oggi si occupano di categorie discriminate come le persone disabili, le donne, la comunità LGBT e i migranti. Perché i problemi della mancanza dei diritti civili, dell’integrazione e delle pari opportunità non sono scollegabili dall’imbarbarimento del modello economico liberista. Infatti, per dirla alla King:

“Che vantaggio c’è nell’avere il diritto di sedersi in una tavola calda [che veniva negato prima dell’abolizione delle Leggi segregazioniste], se non puoi permetterti di comprare un hamburger? Solo un movimento che porti sia alla giustizia economica che a quella razziale può portare alla vera uguaglianza per gli afroamericani”.

Martin Luther King era determinato per la “totale, diretta e immediata abolizione della povertà”. Era un profeta scomodo anche per le sue posizioni antimilitariste e fortemente critiche nei confronti dell’ideologia imperialista americana. Il suo assassinio si aggiunge ad altri omicidi eccellenti di quei personaggi che avrebbero molto probabilmente rivoltato la storia degli oppressi negli anni di forte fermento politico e culturale. Martin Luther King è stato un uomo che ha ispirato milioni di persone e che oggi rischia, come tutti i miti, di essere “normalizzato” dal potere. 

Il suo messaggio non può e non deve perdere quella spinta rivoluzionaria che interpella le coscienze degli uomini onesti rimasti in silenzio di fronte alle discriminazioni, che contesta la politica estera guerrafondaia americana, che sogna un mondo senza violenza e dove le differenze sociali, economiche e razziali siano definitivamente abrogate.


Max Guitarrini

Articolo apparso su: FinestrAperta.it 

http://www.finestraperta.it/cinquantanni-fa-uccisero-martin-luther-king-ma-non-il-suo-messaggio-di-pace-2/

Lettera aperta alle Associazioni della Festa del Volontariato di Bracciano

Carissime Volontarie e Carissimi Volontari,
mi permetto di scrivervi in occasione di questo evento importante per il nostro territorio e perché sento una particolare vicinanza con la vostra esperienza. Con alcuni di voi tempo fa, con altri anni fa, abbiamo fatto un pezzo di strada insieme, condiviso entusiasmi, passioni e difficoltà, sicuramente attraverso questa magnifica esperienza di mettersi al servizio della comunità sono cresciuto e immagino che siamo cresciuti tutti. Proprio perché provengo da questa storia, entrata talmente in profondità nella mia vita che è diventata poi il mio lavoro principale, che sento l’esigenza di condividere con voi alcune riflessioni riguardo il ruolo del volontariato e in particolare il ruolo del volontariato nel nostro territorio. 
L’Italia è un paese strano, pieno di ricchezze e peculiarità. 
Sappiamo di certo che questo nostro mondo, quello del no profit e del volontariato italiano, è composto circa 400.000 organizzazioni: tra associazioni, cooperative, fondazioni, gruppi.  Sono  4 milioni e 700mila l’esercito disarmato di volontarie e volontari, persone che dedicano gratuitamente tempo, energie e risorse personali a servizio di una causa e della comunità.Gli ambiti sono tra i più variegati: cultura, sport, solidarietà internazionale, tutela dell’ambiente, diritti civile e sociali, educazione, inclusione sociale e pace…  Insomma con queste cifre, tra le più importanti d’Europa, dovremmo essere un Paese con un senso civico altissimo, capace di fare comunità, che riesce a valorizzare il patrimonio ambientale e culturale dei propri territori, che promuove partecipazione e tutela i Beni Comuni, un Paese giusto, aperto alle diversità e al mondo promuovendo pace e solidarietà tra i popoli. Invece in Europa siamo quelli con il più alto tasso di evasione fiscale, abbiamo tra le percentuali più alte di corruzione e cementificazione del territorio, abbiamo la forbice delle diseguaglianze ogni anno più ampia, e se non bastasse siamo i primi esportatori al mondo di armi leggere nelle zone di guerra del medio-oriente e del Nord Africa. “Un modo tutto nostro di aiutarli a casa loro” per promuovere pace e solidarietà tra i popoli. 
Sullo sfondo si affaccia in maniera prepotente un populismo che con il pretesto della sacrosanta lotta per la legalità e contro i privilegi ha “sdoganato” linguaggi e comportamenti superficiali e razzisti, che non tengono conto della complessità delle cause e soprattutto delle responsabilità. Si fomenta l’odio “tra le sfortune”: Nord contro Sud, veri Italiani contro gli stranieri, persone con disabilità contro gli anziani, giovani contro adulti.


Anche sul nostro territorio le contraddizioni non sono meno forti.
Molti, in questi giorni, plaudiranno il vostro operato, perché chi può essere contro la solidarietà e il volontariato? Chi non si commuove davanti a un bambino che chiede aiuto, chi non è per l’ambiente? Chi non vuole l’inclusione sociale di tutte quelle categorie a rischio di emarginazione?
Il pericolo che corriamo è quello di essere al fianco di coloro che hanno bisogno solo quando questi ci ispirano tenerezza e simpatia:  finché stanno remissivi, buoni e rassegnati ad esprimere gratitudine nei confronti di chi li aiuta a sopravvivere. Ma non appena si organizzano affinché sia restituita loro giustizia e nel momento in cui protestano e pretendono il riconoscimento dei loro diritti, che altri vorrebbero elargire come elemosina, non sono più così tanto amati e nell'opinione dei filantropi e di molti benefattori si trasformano in persone scomode, pericolose violente, criminali. Allora l’azione volontaria perde quella potenzialità rivoluzionaria che è quella che si gioca nell’incontro, nel riconoscimento di dignità e unicità, nel riparare un torto e nel restituire giustizia. Si svilisce in un atto di compiacimento che di nuovo stabilisce una relazione gerarchica, marca una differenza tra chi da e chi riceve, definisce le posizioni sociali, mantenendo di fatto lo stato delle cose. Diventa un aiuto selettivo a chi è rimasto indietro nel gioco ad eliminazione della competizione liberista, ma questo intervento

benché fatto in buona fede, non cambia le regole di questo gioco spietato.
A Bracciano abbiamo una ricchezza sociale fatta da decine di associazioni, centinaia di cittadini e cittadine che s’impegnano a servizio di una causa, gruppi culturali, ambientali, associazioni educative, gruppi spontanei che ripuliscono le strade e i giardini. E’ un patrimonio di energie incredibili! ma quando depredano i Beni Comuni (l’acqua a Bracciano da pubblica passerà ad ACEA SpA!), cementificano, chiudono gli spazi di democrazia e partecipazione, progettano apertamente di fare affari a Bracciano con i rifiuti di Roma e del Lazio, spesso questa risorsa sembra essere assente.  E’ come se mancasse un legame tra la ricchezza preziosa nel lavorare gratuitamente per qualcosa, giocandosi in prima persona la relazione e una visione di comunità più ampia; una connessione con quello che semplicemente possiamo chiamare la dimensione politica, intesa in senso aristotelico come amministrazione della città.
Sono cresciuto con l’idea che fare volontariato e occuparsi del sociale significa fare politica e credo fortemente che è vero anche il contrario. C’è bisogno di persone che credono che occuparsi politica è come fare volontariato. Altrimenti, come avviene di solito, questo spazio è occupato da altri che magari hanno interessi poco trasparenti, persone senza scrupoli che farebbero di tutto per avere un piccolo potere, bravi imbonitori spesso legati ai poteri forti.  
Don Lorenzo Milani, mio costante punto di rifermento in diverse stagione della mia vita,  affermava che “conoscere i ragazzi dei poveri e amare la politica è tutt’uno. Non si può amare creature segnate da leggi ingiuste e non volere leggi migliori.”
Conosco bene quante energie costa il vostro impegno e quanto questo è dentro le sofferenze di questo tempo. Al contempo, non credo sia più possibile oggi essere fuori dall’agenda politica del territoriodella nostra città. Sono consapevole che è un’agenda scomoda, fatta di conflitti, scelte difficili, posizioni da prendere, battaglie da combattere, ma che è assolutamente necessario che questa agenda contribuiate anche voi a scriverla, con quella stessa mano capace di riconoscere dignità, restituire giustizia, esprimere sincera solidarietà.
Nella speranza di aver dato un piccolo contributo al dibattito di questi giorni, vi abbraccio augurandovi 
Buon lavoro e Buona Festa!


Massimo Guitarrini
Bracciano Bene Comune 
Bracciano, 10 Settembre 2015

Presidio Fermiamo Cupinoro

Bracciano 25 Agosto Presidio Fermiamo Cupinoro !
Dopo 21 giorni di sciopero della fame di Paolo SImonini, io sono uno dei tanti che continuerà a presidiare Cupinoro facendo una staffetta a ridosso della Discarica, per fermare la SCELLERATA gestione delle BraccianoAmbiente e per dire NO al polo Regionale dei Rifiuti a Bracciano. Ho scelto di non parlare perché davanti alla morte e devastazione di un territorio, occorre stare in SILENZIO, fermari e riflettere. In SILENZIO per GRIDARE e dare voce alla Generazioni Future che dovranno comunque avere a che fare con questo scempio!

UN MONDO SENZA ATOMICHE

HIROSHIMA, 6 AGOSTO 1945 ORE 8.16
Esplode la prima bomba atomica sul Giappone: 80.000 morti in un secondo, 90% degli edifici distrutti, oltre 100.000 vittime negli anni successimi a causa delle ferite e dell'avvelenamento da radiazioni.
ITALIA, 6 AGOSTO 2015 
In italia il governo contro il parere del parlamento, continua a spendere inutili miliardi per il progetto fallimentare degli F-35 idonei al trasporto di armi atomiche. 
NO alle armi atomiche.
SI' alla proposta di legge per la difesa civile non armata e nonviolenta
(http://www.difesacivilenonviolenta.org)

RICONVERTIAMO LA SPESA MILITARE IN SPESA SOCIALE!

La doppia tragedia dei popoli in fuga* ------------> "Migranti, ma quale invasione"

Naar 6 anni, 12 giorni nel mezzo del mediterraneo, su una bagnarola schiacciato con 250 Siriani e Palestinesi in balia dei trafficanti e del mare in tempesta. Dhaki, un anziano signore proveniente dalla capitale della Siria, Damasco Siria faceva l’insegnante di lingua e che con due figli sul punto di diventare adulti, si è visto costretto ad abbandonare il suo paese, anche se non avrebbe mai voluto. Iyad, il padre di un bambino, aveva un negozio di telefonia, distrutto in seguito ad un bombardamento.

"Gli ultimi" di Cristiano Guitarrini  - olio su tela, cm130x80 -
Sono le storie, raccontate da operatori e volontari dell'UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) di coloro che ce l’hanno fatta ad arrivare in Italia dopo mesi di viaggio, scappati da paesi dove la guerra e la povertà uccidono non solo le persone ma anche il futuro. Sono persone in cerca di migliori condizioni di vita, di sicurezza o in cerca di protezione internazionale perché perseguitate nei loro paesi, o perché fuggiti da guerre e conflitti.  L’art. 10 della nostra Costituzione, la Convezione di Ginevra, quella di Dublino e il nostro senso di appartenenza al genere umano ci dicono che sarebbe doveroso intervenire in queste emergenze umanitarie senza girarsi dall’altra parte, indifferenti al grido d’aiuto di questi popoli.

Invece dal ‘98 sono stati “lasciati morire” durante questa traversata della disperazione più di 16.000  persone. Nel 2011 l’ultimo anno di Ministero del leghista Maroni agli Interni sono morti nel mediterraneo 1500 persone. Invece dall'inizio dell’anno nonostante alcuni sforzi dell’operazione mare nostrum 500 persone. E’ incredibile come la politica piange davanti alle bare bianche dei bambini a Lampedusa ma poi fa poco e niente per evitare ciò che sarebbe evitabile. Anzi c’è chi specula e costruisce la propria carriera politica facendo leva sulle paure delle persone che si sentono sempre più insicure da un sistema economico e sociale in profonda crisi, puntando il dito sui nuovi capri espiatori. 
Sembra assurdo ma la gente è portata a credere che se le vengono tolte le garanzie sociali, se perde il lavoro, se non ci sono soldi per l’assistenza e se le nostre caotiche città sono sempre più invivibili non è responsabilità delle banche, degli speculatori, degli imprenditori disonesti che hanno approfittato e messo in ginocchio le economie di mezzo mondo. No,  è colpa di persone e bambini come Naar

Il destino beffardo ci fa scoprire che sono poi le stesse banche che finanziano i signori della guerra da cui sta fuggendo proprio Iyad. Le stesse banche salvate con le politiche dell’austerity (tagli alla sanità, istruzione, servizi sociali, agli investimenti, alla ricerca) e grazie ai 4500 miliardi di Euro che l’Europa ha stanziato negli ultimi anni (quasi il 40% della ricchezza prodotta in Europa in un anno).

Purtroppo non ci sono solo i soliti sciacalli, padani di professione che affrontano il tema in maniera completamente sbagliata prendendosela con l’Europa “che ci lascia soli a gestire un’emergenza umanitaria”. Per comprendere la mistificazione della psicosi da invasione occorre confrontarci con le cifre reali: sono circa 60.000 i profughi sbarcati dall'inizio dell'anno in Italia. Un numero importante, ma poco in confronto a ciò che accade di solito in Germania che nel 2013 sono arrivate 126.000 richieste d’asilo e in Francia 65.000;  ed è niente se confrontiamo queste cifre con il Libano, paese di 4milioni di abitati che accoglie circa 1milione di profughi provenienti dalla Siria.


Insomma non dovrebbe essere impossibile gestire un’emergenza come questa… se solo lo si volesse. Intanto continuiamo a contare i morti.

*Editoriale FiniestrAperta Settembre 2014

La Benefattrice, il Militante e il Volontario

A Luciana la nostra militante-volontaria...
La Benefattrice
La governate era stata avvertita. Anche oggi alle 5,00 del pomeriggio, come ogni terzo giovedì del mese, la Signora Contessa avrebbe organizzato un piccolo ricevimento con le amiche del suo circolo.
Sarebbe venuta la simpatica Signora Dafne Bassagirino, moglie del famoso costruttore che aveva realizzato immensi centri commerciali e quartieri dormitori in città. Non sarebbero mancate la Vivatti, sorella del noto petroliere e la Signorina Quercioni, figlia del magnate dei rifiuti, colui che gestiva 5 megadiscariche. Recentemente aveva anche avuto dalla Regione l’autorizzazione di costruire un incenerit... Pardon, un eco-iper-mega-tecnologico Termovalorizzatore, che aveva fatto balzare le azioni della sua società del 17%... Incredibile in tempo di crisi.
Arrivò per prima la moglie del Sindaco, successivamente la nipote di un famoso civilista, di seguito a distanza di una quindicina di minuti arrivarono quasi tutte. Ognuna entrava nella dimora, salutava le altre con un sorriso e un bacio appena accennato come se fossero figure di una danza d’altri tempi. La Signora Contessa con un garbato cenno del capo diede ordine alla domestica che poteva iniziare a servire il tè. Erano sedute tutte intorno ad un tavolino all’angolo di un luminoso soggiorno. Quel sobrio bisbiglio tra signore della buona società terminò appena la padrona di casa iniziò parlare. Tutte ascoltavano sorseggiando quel té di una miscela di foglie speciali del Madagascar ordinato personalmente dalla Contessa.
“Carissime, anche quest’anno occorre decidere quale progetto vogliamo sostenere. Mi sono arrivate diverse proposte”. La Contessa prese un foglio, pose i suoi occhiali al volto e iniziò a leggere: “Progetto BeneficienzAmica: 1000 coperte e 2000 pasti per i Senza Tetto della nostra città. Progetto Punto Ascolto: sportello per le famiglie dei malati terminali di cancro. Progetto Mamma a Distanza: per l’aiuto di 45 bambini in Africa. Progetto Istituto Amico: per la realizzazione di un istituto di accoglienza per disabili! Ecco, mie care, sono tutti progetti utili, ma dobbiamo scegliere quale di questi sostenere e quale secondo noi merita di più la nostra attenzione”...

Il Militante
Il giovane Mellotti provava ad arrivare per primo alle riunioni del comitato. Ma non ci riusciva mai. Lo batteva sul tempo la Signora Lorena. Era lei che si occupava delle questioni organizzative e logistiche: l’affitto della sede, le pulizie, coordinare i turni del presidio davanti alla discarica. La sua militanza di una vita nel sindacato e in tanti collettivi e movimenti di donne, le conferiva quello sguardo di chi vede le azioni quotidiane degli uomini, con gli occhi saggi della storia. Aveva l’orgoglio di chi aveva vinto tante battaglie e la consapevolezza di chi era stata testimone di un cambiamento sociale enorme. Quando vedeva una donna protagonista nella società in politica oppure sul lavoro o le tante ragazze brillanti che marciavano per la loro dignità, accennava un lieve sorriso di soddisfazione: era come se volesse dire che era anche un po’ merito suo. Lei che aveva avuto solo figli maschi sentiva quelle giovani donne un po’ come se fossero figlie sue, del suo impegno, delle battaglie della sua generazione. Avrebbe potuto godersi la pensione, ma sentiva che c’era ancora qualcosa di prezioso da portare e alcune parole che doveva assolutamente dire...
Alla riunione partecipavano sempre più di una decina di persone. Il giovane Mellotti diede inizio alla riunione del comitato contro la discarica, illustrò il suo punto di vista, spiegò quello che per lui occorreva fare.
Tutti parlavano in maniera più o meno ordinata. Un ricercatore universitario parlò degli effetti sulla qualità dell’aria, un medico delle conseguenze sulla salute che l’inceneritore avrebbe comportato. Tutti dichiaravano che occorreva un grande movimento popolare per impedire la realizzazione del progetto e che era importante il contributo di tutti.
Si diedero appuntamento all’incontro successivo. Andati via tutti, il giovane Mellotti iniziò a pensare quale fosse il nome di quell’architetto che aveva tanto parlato di partecipazione: lo voleva contattare per condividere con lui un’idea. Si sforzava e cercava di ricordare quel nome, ma niente. Allora, come faceva sempre, si rivolse a Lorena: “Quello lì... Che fa l’architetto, che stava vicino a quello con il maglione arancione... Come si chiama?”. Lorena pensò che fosse incredibile che Mellotti non si ricordasse nessun nome dei partecipanti alla riunione... Con i suoi occhi saggi e quel lieve sorriso disse: “Antonio, si chiama Antonio...”.

Il Volontario
Tutti i lunedì e venerdì Luca e Peppe andavano alla Bottega. Peppe era un ragazzo in carrozzina e insieme a Luca facevano del volontariato alla Bottega del Mondo. Lì loro vendevano prodotti del commercio equo e solidale e organizzavano campagne di sensibilizzazione per promuovere stili di vita più sostenibili dal punto di vista sociale e ambientale. Luca e Peppe si conoscevano dalle elementari ed erano sempre stati amici. Era bellissimo vederli giocare a calcetto nel cortile sotto casa. Luca triangolava con Peppe, che dribblava con la carrozzina due o tre difensori, passaggio con ruotino anteriore e goooool!
Peppe aveva maturato l’idea di impegnarsi in Bottega dopo che aveva fatto un anno di Servizio Civile alla Uildm. Si occupava dello sportello informativo per la Vita Indipendente, ma solo durante gli incontri di formazione iniziale aveva capito cosa significava essere davvero cittadini attivi. Lui, ragazzo con disabilità che aveva sempre chiesto aiuto agli altri, poteva dare un contributo per cambiare la società. Perché non c’erano dubbi, la società andava cambiata! Infatti sia lui che Luca erano convinti che il mondo andasse cambiato: troppe ingiustizie, sofferenze, inquinamento, infelicità. Ogni angolo della loro città chiedeva loro il cambiamento. Peppe aveva convinto Luca che dovevano fare qualcosa. Così iniziarono il loro impegno di volontari in Bottega, due volte alla settimana. Non contenti, cominciarono ad operare anche qualche cambiamento sul loro stile di vita. Provarono a sostituire i prodotti coloniali tè e caffè con quelli che garantivano più rispetto del lavoro dei produttori. Iniziarono anche ad avere un’attenzione maggiore rispetto ai consumi in generale, valorizzando i prodotti agricoli locali con basso impatto ambientale, diminuendo l’uso dell’auto e utilizzando addirittura carburanti alternativi. Insomma. erano attivi nel ridurre tutto quello che era superfluo. Da un po’ di tempo Luca partecipava al comitato locale contro l’inceneritore, mentre Peppe si impegnava nel movimento per l’acqua pubblica.
Un rituale li accompagnava la sera mentre tornavano a casa dopo il lavoro in Bottega: Luca tirava con il piede il sasso a Peppe che dribblava due o tre cassonetti, passaggio con il ruotino anteriore e gooool!

Inter-essere

Un poeta, guardando questa pagina, si accorge subito che dentro c'è una nuvola. Senza la nuvola, non c'è pioggia; senza pioggia, gli alberi non crescono; e senza alberi, non possiamo fare la carta. La nuvola è indispensabile all'esistenza della carta. Se c'è questo foglio di carta, è perché c'è anche la nuvola. Possiamo allora dire che la nuvola e la carta intersono.
"Interessere" non è ancora riportato dai dizionari, ma, unendo il prefisso "inter" e il verbo "essere" otteniamo una nuova parola: "interessere".
Nessuna nuvola, nessuna carta: per questo diciamo che la nuvola e il foglio intersono.
Guardando più in profondità questa pagina, vedremo anche brillare la luce del sole. Senza la luce del sole, le foreste non crescono. Niente cresce in assenza della luce solare, nemmeno noi. Ecco perché in questo foglio splende il sole. La carta e la luce del sole intersono.
Continuiamo a guardare: ecco il taglialegna che ha abbattuto l'albero e l'ha trasportato alla cartiera dove è stato trasformato in carta. Sappiamo che l'esistenza del taglialegna dipende dal suo pane quotidiano, quindi in questo foglio di carta c'è anche il grano che è finito nel pane del taglialegna. C'è altro: i genitori del nostro taglialegna.
Guardando in questo modo, comprendiamo che la pagina che stiamo leggendo dipende da tutte quelle cose.
Se guardiamo ancora più in profondità, vedremo nel foglio anche noi. Non è difficile capirlo: quando guardiamo un foglio di carta, il foglio è un elemento della nostra percezione. La vostra mente è lì dentro, e anche la mia. Nel foglio di carta è presente ogni cosa: il tempo, lo spazio, la terra, la pioggia, i minerali del terreno, la luce del sole, la nuvola, il fiume, il calore. Ogni cosa coesiste in questo foglio. "Essere" è in realtà interessere: per questo dovrebbe trovarsi nei dizionari. Non potete essere solo in virtù di voi stessi, dovete interessere con ogni altra cosa. Questa pagina è, perché tutte le altre cose sono. Proviamo a restituire uno degli elementi che la compongono alla sua fonte: restituiamo per esempio al sole la sua luce. Esisterebbe ancora questo foglio di carta? No, senza luce solare niente può esistere. Se riassorbissimo il taglialegna nei suoi genitori, di nuovo nessun foglio di carta.La realtà è che questo foglio di carta è fatto di "elementi di noncarta". Se restituiamo tutti gli elementi di non carta alla loro origine, non ci sarà più alcun foglio di carta. Niente "elementi di noncarta" (la luce del sole, il taglialegna, la mente, eccetera), niente carta. Questo foglio, così sottile, contiene tutto l'universo.


(Thich Nhat Hahn)

Quando Bevi il Tè Stai Bevendo Nuvole

Thich Nhat Hanh
Quando Bevi il Tè Stai Bevendo Nuvole
Un percorso di trasformazione e consapevolezza attraverso i discorsi di uno dei massimi insegnanti del Buddhismo impegnato
Aam Terra Nuova Edizioni

Questo libro raccoglie gli insegnamenti offerti da Thich Nhat Hanh durante il ritiro dal titolo La pace è ogni passo tenuto a Castelfusano (Roma) dal 21 al 26 marzo 2008. Con il suo inconfondibile stile sobrio, ma profondo e diretto, l'autore illustra le tappe fondamentali di un percorso di trasformazione e consapevolezza alla portata di tutti: prendersi cura delle proprie sensazioni, praticare la consapevolezza del respiro, imparare l'ascolto profondo, apprendere come trasformare la rabbia, scoprire il senso di unione, la condizione di inter-essere che ci connette a tutti gli altri essere viventi e non. In un'apposita sezione del libro sono raccolti gli insegnamenti rivolti ai bambini nel corso dello stesso ritiro.

Un Natale di Pace per Tutti !

Una splendida Storia di Natale che scalda il cuore... codice fiscale

Il racconto è incentrato sui rapporti tra un tabaccaio di Brooklyn, Auggie Wren, e uno scrittore, Paul, che deve redigere un racconto di Natale su richiesta del New York Times.
In crisi di ispirazione, Paul si ritrova a confidare le sue perplessità ad Auggie che si offre di raccontargli la migliore novella di Natale che Paul abbia mai ascoltato. Così, seduti all’interno di una tavola calda nel cuore della vecchia Brooklyn, il tabaccaio racconta allo scrittore come si è procurato la macchina fotografica che ha fatto nascere la sua passione per la fotografia.
La storia risale a dodici anni prima e si svolge a Brooklyn.
Dopo aver subito un furto da parte di un ragazzino, Auggie, nel vano tentativo di rincorrerlo, trova il portafoglio del ladruncolo,completo di indirizzo e di foto. Per compassione, decide di non denunciarlo e –la mattina di Natale- pensa di riportarlo al legittimo proprietario.
Si reca quindi a casa del ragazzo, in un quartiere piuttosto malfamato e popolare di Brooklyn, e gli apre la porta un’anziana signora, cieca, che - volutamente - scambia Auggie per il nipote, passato a trovarla per il giorno di Natale. Il tabaccaio si presta al gioco e la strana coppia finisce per passare insieme tutta la giornata di festa.

Una volta finito di cenare, l'anziana donna si addormenta e Auggie ne approfitta per andare in bagno dove trova sei o sette macchine fotografiche; pensando fossero il bottino di una rapina recente, Auggie ne prende una, pur non avendo mai rubato nulla e pur non avendo mai fatto una foto in vita sua. Non volendo svegliare la donna, Auggie lascia il portafoglio su un tavolo e va via.
A questo punto lo scrittore, affascinato dal racconto, chiede al tabaccaio se è mai più andato a trovarla e Auggie risponde che qualche mese dopo, sentendosi in colpa per il furto, era tornato per restituirle la macchina, ma l’anziana signora non abitava più là e al suo posto c’era un nuovo inquilino.
Paul allora riflette sul fatto che probabilmente la signora era morta e che quindi Auggie aveva passato con lei il suo ultimo Natale, facendo così una buona azione. Il tabaccaio non è convinto di aver fatto una buona azione, ma allo stesso tempo è contento perché finalmente Paul ha la sua storia.
Il racconto si chiude con Paul che si chiede se la storia raccontata da Auggie sia vera.


Indicazioni Stradali Sparse per la Terra

Le crude parole di Nedžad Maksumić, la voce asciutta di Giovanni Lindo Ferretti, la musica dei Csi. Un invito a leggere e ad ascoltare attentamente. Sono suggerimenti per la sopravvivenza in situazioni estreme... Parole di chi scappa da terribili sofferenza, da terre dove c'è barbarie e solitudine e tutto è instabile... dove comunque attraverso una lucida e impressionante razionalità si tenta di non perdere la propria umanità.

"Era un anno fertile per il grano come mai in passato, era tutto in abbondanza…Quelli che erano malati cronici e che tanto desideravano la morte, consegnarono finalmente con un sorriso l'anima a DIO.
Nei giorni dei grandi temporali il cielo era rosso. La pioggia portava con se la polvere dei deserti d'oltre mare. I vecchi dissero: ci sarà la guerra! Nessuno prestò credito alle loro parole. E nessuno fece nulla. Giacché, cosa si poteva fare contro la profezia! Solo cantammo per intere giornate, fino a restare senza voce, per poter consumare tutte le vecchie canzoni, perché non ne restasse nessuna che venisse sporcata dal tempo.

  1. Quando intravedono il primo cadavere per strada, le persone voltano la testa, vomitano e perdono i sensi. Senti il tremore per primo nelle ginocchia, poi ti manca l'aria, ti gira la testa. Sono di aiuto in questi casi l'acqua fredda, leggeri schiaffi. Se lo svenuto non rinviene, sdraialo sulla schiena e sollevagli le gambe in aria. Se il cadavere di quel giorno era un suo parente o comunque un vicino, non permettergli di avvicinarsi e di guardarlo. Le ferite causate dalle granate sono in genere causa di un nuovo svenimento. E non si ha tanto tempo a disposizione. E raccomandabile piangere, fa bene al cuore. Ma neppure per questo c'è tanto tempo a disposizione.
  2. Se la città è in stato di assedio, occorre mandare i più coraggiosi a tentare di portare I sacchi di plastica opachi per i cadaveri. Se questi non tornano, bisogna avvolgere I morti in lenzuoli bianchi. Non è raccomandabile seppellirli senza. Ciò fa diffondere il panico e la paura della morte diventa facilmente la paura di finire sepolti allo stesso modo.
  3. La sepoltura si svolge di notte, per motivi di sicurezza. Perciò, prima della sepoltura, bisogna accertarsi per bene dell'identità del defunto. Nel caso di corpi dilaniati, bisogna stabilire con precisione i pezzi che appartengono a ciascun corpo. Se si verificano ugualmente degli errori, è meglio evitare di ammetterlo successivamente. Tanto per I morti è lo stesso. Se vicino alla persone che è stata sepolta, sul posto dell'uccisione, si trovano altre parti di corpo, e si è però già provveduto alla sepoltura, non bisogna gettare I resti nella spazzatura, poiché li in genere si radunano i cani affamati. La cosa migliore, se si ha tempo e voglia, è di raccogliere in un sacchetto tutto quel che è rimasto e di seppellirlo in superficie vicino alla tomba. Bisogna stare attenti che non se ne accorgano i familiari, perché loro concepiscono il cadavere come un tutt'uno e tale frammentazione rappresenterebbe per loro una ulteriore doloroso frustrazione.
  4. In guerra nessuno è matto. O almeno ciò non si può asserire nei confronti di nessuno. Molti di quelli che erano matti prima della guerra, in guerra si mettono in mostra molto bene. Come combattenti coraggiosi, convinti delle idee dei loro capi.
  5. In guerra nessuno è intelligente. Non devi credere alla verità di nessuno. Le lunghe disquisizioni sull'insensatezza della guerra del professore di una volta, in un batter d'occhio si trasformano in un selvaggio grido di guerra, appena egli viene a conoscenza del fatto che il suo bambino gli è morto per strada.
  6. Non ricordarti di nulla. Prova a dormire senza sonno. Devi ornarti di amuleti e abbi fede nel fatto che ti aiuteranno. Abbi fede in qualsiasi segno. Ascolta attentamente il tuo ventre. Agisci secondo le tue sensazioni. Se pensi che non bisogna camminare per quella strada, allora vai per un'altra.
  7. Non avere paura di niente. La paura genera nuova paura. Ti blocca. Devi credere fermamente di essere stato prescelto a restare vivo.
  8. Non lasciare lavori compiuti a metà. Salda I debiti. Devi essere pulito. Non fare nuove amicizie. Già con quelle vecchie avrai abbastanza preoccupazioni.
  9. Proteggi i ricordi, le fotografie, le prove scritte del fatto che sei esistito. Se brucia tutto, se perdi tutto, se ti prendono tutto…dovrai dimostrare anche a te stesso che una volta eri. Ammassa tutto nei sacchi di plastica, seppellisci nella terra, mura nelle pareti, nascondi, e solo ai tuoi più cari svela la mappa per raggiungere il tesoro.
  10. Non ti legare alle cose, alla terra, ai muri, alle case, ai gioielli, alle automobili, agli oggetti d'arte, alle biblioteche…Trasforma in denaro tutto ciò che ha ancora un prezzo. E tuttavia, non legarti in alcun modo al denaro. Appena puoi, scambialo con la tua libertà.
  11. Adoperati per il bene delle persone. Sempre. Il più delle volte non lo meritano, ma tu fallo ugualmente. Non aspettarti alcuna riconoscenza. Non chiedere per chi fai il bene. Non legarti alle tue azioni.
  12. Non dire ciò che pensi. Non essere cosi stupido a tal punto. Perché appena pensi non appartieni più a loro. Non tacere, perché non possano pensare che pensi qualcosa. Parla, cosi, giusto per parlare.
  13. Se ti imbatti nel pericolo, non essere coraggioso, anche spinto dalla disperazione. Tenta di sopravvivere. Fai tutto quanto è nelle tue possibilità. Soltanto devi stare attento a non mettere altri in pericolo con I tuoi tentativi. Finché non sei morto sei vivo. Sembra comprensibile. Non togliertelo mai dalla testa. Se devi sacrificarti, fallo per le persone cui vuoi bene, non farlo mai, in nessun modo, per delle idee. Il tuo sacrificio verrà giudicato dagli altri sempre in maniera scorretta, a seconda della loro coscienza e della loro prospettiva. Le idee passeranno, si rovineranno, diventeranno comiche. Se resti vivo, vedrai quanto sarà difficile continuare a credere in loro.
  14. Non supplicare per nessun motivo. Non supplicare nessuno. Neanche se c'è di mezzo la vita. È una questione di buon gusto. Pensa solo cosa vuol dire vivere sullo stesso pianeta con una persona che ti ha risparmiato la vita.
  15. Non devi metterti a capo di nessuno. Per nessuna ragione. Quando ti volti a cercare aiuto, dietro a te non ci sarà nessuno. Non fare affidamento su nessuno, ma non sottrarti al fatto che quelli che ami fanno affidamento su di te. Questo è salutare anche per te. Devi sapere: perché? Gli obiettivi non devono essere grandi, in nessuno modo di carattere generale. Conoscevo una persona che per tutto il tempo ha desiderato di bere una birra. E vero: non ci è riuscito, ma era splendido vivere desiderandolo.
  16. Non devi stupirti di nulla. Di ogni possibile prodigio. Non devi farti deprimere da nessuna cosa. Anche prima erano tutti fatti cosi, solo che le condizioni erano diverse da quelle di adesso. Questa è la prima occasione per mettersi alla prova. Cosi tanti sono delusi da se stessi che in confronto la tua delusione è un nonnulla. Se qualcuno ti tradisce una volta, non lasciargli la possibilità di farlo un'altra volta.
  17. Cerca di essere sempre prudente. Se hai bisogno di una buca in cui riparati, scavatela da solo. Se qualcun altro lo fa per te, la buca potrebbe rivelarsi troppo piccola.
  18. Non hai il diritto di adirarti con nessuno. E tuttavia, non devi dimenticare nulla. Quando tutto è finito, decidi di cosa non vuoi più ricordare. Se tutto è passato. Non dimenticare gli esami che alcuni non hanno superato.
  19. E però, non fondarti su questo. Non aspettare l'occasione per poterti rivalere. La vendetta ti deve essere estranea. Una questione che appartiene ad altri. Se sopravvivi, vivi per te e per quelli che sono sopravvissuti insieme a te.
  20. E ancora, non credere mai di essere il Signore della Verità. Nessuno lo è. A te è sembrata in questo modo. A un altro è sembrata diversamente. Mantieni per te il pezzetto della tua verità. Servirà soltanto a te. Rinuncia al diritto di scrivere la storia dell'assedio. Non contrapporti ai nomi di quei morti che sono stati scelti come eroi. Non sperare di riuscire a mettere a posto qualcosa, neanche una ingiustizia rimane in sospeso. In quel momento, quando hai intravisto il primo cadavere sulla strada, la storia del dopoguerra era già stata scritta. Poi ci metteranno solo i nomi delle persone, delle città, delle montagne, i baluardi che si sono gloriosamente difesi e i baluardi che sono gloriosamente caduti. Non c'è posto qui per la verità.

    Ora che sai tutto questo, prova a proteggere te stesso e forse a salvarti la testa. Se non ti riesce, almeno non ti annoierai."

    Nedzad Maksumic Poeta bosniaco e regista del Lik Teatar
    Traduzione a cura di Igor Pellicciari

Il potere dell'intransigenza!

Una buona notizia per tutti!

Ognuno di noi ha un grande Potere! Potere inteso come capacità di incidere, di fare la differenza tra quello che è oggi il mondo, il pianeta, la nostra vita e quello che sarà il nostro futuro .
Un Potere che è di tutti!
E' il Potere che ha utilizzato Rosa Parks quando quel giorno sull'autobus invece di alzarsi dal posto destinato ad un bianco, rimase dritta e suduta orgogliosa della propria dignità. E' il potere usato da Ghandi, un piccolo uomo che ha cambiato la vita a milioni di persone. E' il Potere di chi ha combattutto contro le mafie e le corruzioni .

Il Potere di chi non si rassegna alla violenza. A tutte le forme di violenza; da quelle agite da parte di qualche povero oppressore, a quelle violenze spesso inspiegabili della vita, come gli incidenti, le malattie.

Questo potere è il potere di fare delle scelte, prendere delle decisioni!
Decidere deriva da recidere . Ogni scelta presuppone l'esclusione di altre possibilità!
Chiunque lo può fare. Chiunque può usare questa intransigenza: Escludere ogni altra possibilità! Così ognuno ha la possibilità di scegliere di lottare contro la violenza, tentare di farla uscire dalla propria vita. Purtroppo sia per la nostra natura umana, sia per la struttura della nostra società questà è una scelta che nessuno di noi ha il potere di fare definitivamente. E' sempre un'intransigenza che va vissuta ogni giorno. Quando facciamo colazione, quando siamo al lavoro, quando facciamo la spesa, persino anche quando usiamo un altro nostro potere il voto.

Per cui se decidiamo di scegliere la pace e la nonviolenza, dobbiamo escudere necessariamente ogni altra possibiltà !

Il Faro, la rotta e la meta e l'impossibilità della neutralità




Sappiamo che anche il più potente faro esistente al mondo non può far altro che indicare la rotta, illuminare un pezzo di mare, ma la meta e la strada per raggiungerla la decidiamo noi.
Questo ci rimanda alle nostre responsabilità individuali. Infatti come per un viaggio una meta non vale l'altra, obiettivi non sono neutri. Ogni scelta che facciamo quotidianamente contribuisce al cambiamento o al consolidamento dello stato delle cose.
La rotta che decidiamo di intraprendere per raggiungere i nostri obiettivi sono i mezzi che utilizziamo. Anche qui sappiamo che questi non sono neutrali.
I mezzi che utilizziamo pregiudicano gli obiettivi stessi. “Il seme sta alla pianta come la pianta sta al seme”.
Il vecchio assioma gandhiano sulla relazione che intercorre tra i fine e in mezzi.
C'è un altro aspetto ineluttabile: siamo comunque in mezzo al questo mare che chiamiamo vita! Questo implica che comunque, anche se non lo vogliamo , ognuno di noi fa una scelta. Infatti anche non scegliere, non prendere parte è comunque una scelta!
E' proprio impossibile una nuetralità davanti alle ingiustizie e forse in generale nella vita di ognuno. Infatti, come spiega Paulo Freire, promotore della pedagogia degli oppressi, se rimaniamo zitti, rinunciamo al nostro potere che di fatto rafforza chi opprime i più deboli.

"La nostra Paura più profonda...."


".... non è di essere inadeguati. La nostra paura più profonda è di essere potenti oltre ogni limite. E' la nostra luce, non la nostra ombra, a spaventarci di più. Ci domandiamo: "Chi sono io per essere brillante, pieno di talento, favoloso?” In realtà, chi sei tu per NON esserlo? Siamo figli dell’Universo. Il nostro giocare in piccolo non serve il mondo. Non c'è nulla di illuminato nello sminuire se stessi perché gli altri non si sentano insicuri intorno a noi. Siamo tutti nati per risplendere, come fanno i bambini. Siamo nati per rendere manifesta la gloria infinita che è dentro di noi. Non solo in alcuni di noi: è in ognuno di noi. E quando finalmente permettiamo alla nostra luce di risplendere,inconsapevolmente diamo agli altri la possibilità di fare lo stesso. Quando ci liberiamo dalle nostre paure, la nostra presenza automaticamente libera gli altri” …
Willianson

Liste di leva: il manifesto che fa rumore, ma non richiama nessuno

In questi giorni sui social di Bracciano - ma anche in altri Comuni d’Italia - gira il manifesto comunale sulla “ Formazione della lista di ...