Torino, l’altro ieri, ci ha consegnato l’ennesimo video da condividere con rabbia: un agente isolato, il corpo che cade, i colpi che arrivano, un atto condannabile. E subito dopo il copione già visto: “Ecco come sono fatti”, “Ecco chi sono davvero”, “Altro che diritti”, “Altro che democrazia”.
Poi c'è un'altro pezzo di storia — quello che spesso sparisce a seconda di chi racconta — le cariche: manganellate su persone che, in quel momento, appaiono inermi, e lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, come riferiscono alcune testimonianze dal posto e come mostrano le immagini che stanno
circolando.
Colpisce soprattutto è la velocità con cui ci siamo sistemati dentro una storia già scritta: ognuno con la sua clip, ognuno con la sua sentenza.
Così scompaiono, come al solito, le tante persone e le tante ragioni che erano in strada: contro il riarmo, contro il governo, a difesa di spazi sociali che per una parte della città non sono “simboli”, ma pezzi di vita e di comunità. Una manifestazione grande, in larga misura pacifica — che nel racconto pubblico finisce schiacciata tra due immagini opposte.
Già nell’articolo “Un’urgenza politica nelle lotte per i diritti, la pace, la Palestina e l’Ucraina” di pochi mesi fa, mi ero soffermato su come la violenza non fa bene a nessuna causa, anzi la indebolisce: da l’alibi al potere di reprimere ogni tipo di dissenso.
Qui torna utile Helder Câmara, arcivescovo cattolico brasiliano, che descriveva la spirale di violenza distinguendo senza ambiguità — e senza fare sconti a nessuno — tra tre livelli.La prima violenza è l’ingiustizia strutturale del potere: quella che apre la frattura e alimenta esclusione, umiliazione, rancore sociale. La seconda violenza è la ribellione che diventa violenta: trasforma la protesta in scontro e brucia, spesso in un attimo, la possibilità di essere ascoltati. La terza violenza è la repressione, legittimata dalla seconda ed esercitata in nome dell’ordine: una risposta che colpisce, irrigidisce, allarga la ferita invece di chiuderla — e finisce per generare nuova ingiustizia, dando benzina al fuoco.
Câmara condannava tutte le violenze, ma rifiutava di metterle nello stesso sacco: proprio perché, se non si riconosce la prima, le altre due tornano. E la spirale ricomincia.
A Torino questo schema si vede bene. L’innesco è una ferita politica — lo sgombero del centro sociale Askatasuma, vissuto da alcuni come scelta legittima e da altri come sopruso che si inserisce dentro le scelte sul riarmo, le retoriche di guerra che chiedono unità e obbedienza, e la tendenza a restringere lo spazio del dissenso, a criminalizzare le piazze, a trasformare ogni protesta in minaccia. Così la catena corre: piazza, tensione, cariche, reazioni, feriti, video. Ogni passaggio diventa la giustificazione del successivo. Ognuno prende un frammento e lo usa come prova definitiva. E intanto la spirale si stringe: più paura, più odio, più voglia di “farla finita” con l’altro.
È così che funziona la spirale di violenza: ti prende quando smetti di vedere persone e inizi a vedere categorie. “I poliziotti”. “Gli antagonisti”. “I violenti”. “Lo Stato”. Etichette comode: non devi più ascoltare, non devi più capire, non devi più distinguere. Ti basta scegliere da che parte stare e urlare più forte.
E noi? Noi ci entriamo quando ci accontentiamo del frame. È lo stesso meccanismo che vediamo nei conflitti armati: la gara della conta dei morti. “Ne avete uccisi di più voi”. “No, di più noi”. Come se il dolore fosse una classifica. Come se i numeri servissero a fare giustizia, e non a costruire propaganda. Ogni vittima diventa un argomento, ogni argomento diventa benzina. E intanto spariscono le persone, restano solo le bandiere.
E invece no. Io non ci sto a questa sceneggiatura già scritta migliaia di volte.
Perché la verità — quella scomoda — è che nella spirale ci entrano in tanti, spesso senza neppure volerlo. Ci entra chi decide che lo scontro fisico è un linguaggio politico. Ci entra chi pensa che l’ordine pubblico sia l’unica grammatica possibile per governare la piazza. Ci entra chi vive di escalation, perché l’escalation produce identità, follower, consenso, carriere. Ci entra chi spaccia un video come una sentenza universale e ci costruisce sopra il suo piccolo tribunale quotidiano.
Mi rendo conto che anche questo discorso rischia di finire nel frame. Per questo provo a dirlo in modo più preciso: non serve compilare liste morali dentro i movimenti, serve una linea politica. E la linea è questa: la violenza non è “radicalità”, è un cambio di terreno che sposta tutto sull’ordine pubblico, regala al governo l’alibi della stretta e mette in difficoltà chi manifesta pacificamente.
Non lo dico per assolvere lo Stato: le cariche, le manganellate, i lacrimogeni usati male non sono “dettagli”, sono parte della spirale. Lo dico perché se vogliamo difendere davvero il diritto di dissenso, dobbiamo togliere benzina all’ingranaggio: tenere aperto lo spazio politico, non consegnarlo alla guerra di immagini. Per questo è necessario fermarsi un passo prima. Condannare la violenza, tutta, senza ambiguità. Ma anche rifiutare che venga usata come pretesto: per cancellare le distinzioni, restringere diritti, criminalizzare il dissenso, normalizzare l’eccezione. Perché quando la risposta è solo forza, la politica abdica. E quando la politica abdica, la spirale non si spezza: si istituzionalizza.
Certo servirebbero movimenti più maturi ma sopratutto una politica credibile. Perché la maturità non nasce per decreto, né si impone con gli appelli. Si costruisce quando c’è una linea riconoscibile, quando le parole hanno un seguito nelle scelte, quando c’è una politica che se governa non chiede responsabilità mentre arretra sulla pace e è ambigua il riarmo.
È inutile invocare nonviolenza come valore astratto se poi la politica accetta la logica della guerra e del nemico come orizzonte inevitabile. In questo scarto si perde autorevolezza. Ed è in questo vuoto che la spirale trova spazio.
Torino non è un caso isolato. È uno specchio.
La domanda non è da che parte stare in una rissa già raccontata.
La domanda è se vogliamo continuare a girare dentro lo stesso ingranaggio — o se siamo ancora capaci di romperlo.
