Venezuela: Il diritto “fino a un certo punto” è la strada verso la guerra

Lo abbiamo già visto: Palestina, Libia, Ucraina, Iran. E lo vediamo anche in Europa: quando “ordine pubblico” diventa la parola magica per criminalizzare il dissenso, anticipare la punizione, stringere con decreti sicurezza che vanno in contrasto con le garanzie costituzionali . Ogni volta è “un’eccezione”. Ma quando le eccezioni si ripetono, diventano regola. E allora il confine che si sposta non è geografico: è quello tra diritto e forza. Quando lo spostano i più forti, il precedente diventa globale.

Oggi gli Stati Uniti stanno normalizzando l’idea che una superpotenza possa entrare nella sovranità altrui, compiere un’operazione militare e “prelevare” un capo di Stato. Se accettiamo questo, non stiamo commentando un episodio: stiamo accettando un cambio di regole.

Perché qui non è in gioco solo chi governa a Caracas. È in gioco un principio essenziale: la forza non può sostituire il diritto. Quando la politica internazionale si muove a colpi di blitz, la legge diventa un accessorio. Oggi lo fai contro un Paese definito “canaglia”, domani contro chiunque intralci interessi strategici. È così che nasce un mondo più instabile, più armato, più incline alla vendetta.

E qui entra in scena l’Italia. La nota di Palazzo Chigi prova a tenere insieme due cose che, in realtà, si contraddicono: da un lato dice che la via militare non è la strada; dall’altro definisce legittimo un intervento se lo si etichetta come “difensivo” contro presunti “attacchi ibridi” legati al narcotraffico. È un equilibrio finto. Perché nel momento in cui rendi legittimo il blitz, hai già accettato che la regola non sia più il diritto: sia la forza.

Questa è l’irresponsabilità: spostare il confine della legalità un centimetro più in là crea un precedente enorme. E del resto parliamo dello stesso governo il cui ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha recentemente  liquidato il tema dicendo che “il diritto internazionale è importante, ma fino a un certo punto”. Se il diritto vale “fino a un certo punto”, allora non è più diritto: è un argomento a convenienza. E un diritto internazionale “a geometria variabile” non è un dettaglio da addetti ai lavori: è la porta spalancata a un mondo in cui la guerra diventa pratica amministrativa e la sovranità un concetto negoziabile.

E dentro quegli interessi c’è un nome che non si può ignorare: petrolio. Il Venezuela è una delle più grandi riserve energetiche del pianeta e, ogni volta che Washington parla di “sicurezza”, “ordine”, “lotta al crimine”, resta sempre sospesa la stessa domanda: chi decide davvero, e in base a cosa? La storia insegna che le “ragioni morali” sbandierate dalle potenze finiscono spesso per coincidere troppo bene con convenienze materiali.

Qualcuno dirà: “Ma Maduro…”. Sì, certo: nessuna repressione interna è difendibile e nessuna violazione dei diritti va minimizzata. E va detto con chiarezza: nessuna rivoluzione sedicente socialista è accettabile se si regge sulla violenza di Stato e sulla violazione dei diritti umani. Non perché i diritti siano un lusso “occidentale”, ma perché sono la sostanza della liberazione. Quando uno Stato tortura, imprigiona arbitrariamente, cancella il dissenso e governa con la paura, non sta difendendo il popolo: sta difendendo se stesso.

Ma proprio per questo esiste il diritto internazionale: per evitare che la punizione del male diventi un male più grande, e che la giustizia venga sostituita dall’arbitrio.

Se oggi passa l’idea che “se sei abbastanza forte puoi farlo”, allora la domanda non è se questo modello si espanderà. La domanda è dove e quando. E l’Europa non è fuori da questa logica: è dentro la stessa partita di dipendenze energetiche, equilibri militari e ricatti geopolitici.

La linea dovrebbe essere semplice e non negoziabile: condanna dell’imperialismo, rifiuto delle scorciatoie militari, difesa di regole uguali per tutti. Perché quando le regole valgono solo per alcuni, prima o poi non valgono più per nessuno.

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