L'INTEGRAZIONE NON SI ORDINA, SI COSTRUISCE


Ho voluto aspettare che uscisse il testo definitivo del decreto scuola 2026 prima di scrivere queste righe.

Perché quando si parla di scuola, immigrazione e integrazione sarebbe utile partire dai problemi reali, non dalle immagini che fanno più rumore.

Nessuno è favorevole alle classi ghetto. 

Nessuno pensa che concentrare nella stessa classe molti ragazzi che stanno ancora imparando l’italiano sia una buona soluzione.

Siamo quelli che si sono battuti per l’integrazione scolastica e per l’inclusione di qualsiasi persona o categoria.

Ma integrazione e inclusione sono parole da prendere sul serio.

Troppo spesso il ragionamento è questo: sei arrivato in Italia, devi imparare l’italiano, conoscere le nostre regole, integrarti. Sembra ragionevole...

Ma noi, come istituzioni, cosa facciamo perché questo possa davvero accadere?

Se l’integrazione diventa soltanto una responsabilità individuale, il meccanismo è semplice: se ce la fai, bene. Se non ce la fai, la colpa è tua.

È sempre l’altro che deve integrarsi, come se l’integrazione non fosse invece una relazione tra chi arriva e il contesto che incontra.

E qui cominciano le contraddizioni.

Ci viene presentato come una grande novità il limite alla presenza di alunni stranieri nelle classi. Peccato che un limite del 30% esista nelle indicazioni ministeriali già dal 2010, proprio per evitare concentrazioni e favorire una distribuzione equilibrata.

Poi arriva il tema del volto coperto.

A scuola bisogna essere riconoscibili. Mi sembra persino banale. Ma anche questo principio esiste nel nostro ordinamento da decenni.

E allora perché trasformarlo nel grande racconto del burqa a scuola?

Nella mia esperienza nelle scuole di Bracciano non ho mai visto una studentessa con il volto coperto.

Ho visto invece, come in tante scuole italiane, circolari su minigonne, top, canottiere, pantaloncini e abbigliamento ritenuto poco adatto al contesto scolastico.

Insomma, le regole ci sono sempre state.

Ma evidentemente “dress code” fa meno titolo di “stop al burqa”.

Ed è qui che emerge una rappresentazione caricaturale dell’Islam.

Ne conosciamo pochissimo, ma ne evochiamo continuamente i simboli che fanno più paura: burqa, femminicidi, terrorismo. Come se ci fossero due miliardi di persone pronte a farsi saltare in aria.

Il paradosso è che nel frattempo conosciamo sempre meno anche il cristianesimo.

Lo riduciamo al presepe da difendere, al crocifisso da appendere, alla tradizione da rivendicare.

E perdiamo di vista il messaggio più impegnativo, a mio avviso rivoluzionario:

“Amate i vostri nemici.” “Rimetti la spada nel fodero.” Il principio della nonviolenza.

“Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.” Il principio della laicità.

“Ero straniero e mi avete accolto.”. Il principio dell’accoglienza universale.

Concetti più difficili di una statuetta del presepe.

C’è poi un altro aspetto che mi preoccupa: il modo in cui vengono rappresentati ancora una volta i servizi sociali.

Ancora una volta rischiano di diventare lo strumento da attivare contro la famiglia che non si adegua.

E qui la contraddizione è evidente.

Per mesi la cosiddetta “famiglia nel bosco” è stata raccontata come simbolo della libertà educativa e della famiglia da difendere dall’invadenza dello Stato, degli assistenti sociali e dei giudici.

Oggi, invece, quegli stessi strumenti sembrano diventare la risposta quando una famiglia straniera incontra difficoltà nel percorso di integrazione.

Prima lo Stato doveva stare fuori dalla famiglia.

Adesso deve entrarci per verificare quanto sia abbastanza “integrata”.

Qualcosa non torna.

Perché i servizi sociali non sono polizia morale né strumenti di assimilazione culturale.

Sono servizi di sostegno: aiutano le famiglie fragili, costruiscono opportunità, proteggono i minori quando necessario, mettono insieme scuola, sanità, territorio e comunità.

Se diventano uno spauracchio abbiamo già perso.

E allora proviamo a rovesciare la domanda:

noi gli strumenti li abbiamo messi a disposizione?

Prendiamo la lingua italiana.

Se riteniamo, giustamente, che conoscerla sia fondamentale per studiare, lavorare, conoscere i propri diritti e doveri e parlare con gli insegnanti dei propri figli, dobbiamo permettere alle persone di impararla.

A Bracciano oggi una persona adulta che vuole seguire un percorso strutturato di alfabetizzazione e raggiungere il livello A2 deve spesso spostarsi verso Ladispoli, Roma o Viterbo.

Per chi lavora, ha figli, non possiede un’auto o ha poche risorse non è un dettaglio.

Per questo da tempo chiediamo il potenziamento dei CPIA e l’apertura di una sede associata a Bracciano.

I CPIA sono scuole pubbliche statali per l’istruzione degli adulti: organizzano corsi di alfabetizzazione e italiano per cittadini stranieri, percorsi per raggiungere il livello A2 e corsi per conseguire il titolo di scuola secondaria di primo grado.

Sono quindi uno degli strumenti pubblici più importanti per fare davvero integrazione.

Non è una richiesta dell’ultima ora: il Comune ha formalizzato più volte questa necessità e nel luglio 2026 ha nuovamente chiesto l’attivazione di una sede associata del CPIA interprovinciale Viterbo-Roma.

Perché se dici a qualcuno “devi imparare l’italiano”, sarebbe utile offrirgli anche un posto vicino casa dove poterlo fare.

Altrimenti il modello diventa paradossale:

pretendiamo l’A2, il livello che dovrebbero avere i genitori di bimbi stranieri, ma il corso lo mettiamo a decine di chilometri di distanza.

L’integrazione non è italianizzazione forzata.

Non significa cancellare lingua, cultura, religione o storia personale.

Significa avere una lingua comune, conoscere e rispettare le regole democratiche, andare a scuola insieme, lavorare insieme, incontrarsi e riconoscersi parte della stessa comunità.

E questa responsabilità è reciproca.

Chi arriva deve fare la propria parte.

Ma deve farla anche la comunità che accoglie.

Servono CPIA, italiano L2, mediazione linguistica e culturale, doposcuola, sostegno alle famiglie, servizi educativi e politiche sociali.

A Bracciano proviamo a lavorare proprio su questo: doposcuola gratuito, Centro per la Famiglia “Crescere insieme”, servizi educativi, politiche sociali.

Abbiamo scelto anche di conferire simbolicamente la Cittadinanza Onoraria Ius Soli alle bambine e ai bambini nati in Italia da genitori stranieri.

Perché un bambino che cresce qui, frequenta le nostre scuole, gioca nei nostri parchi e vive ogni giorno nella nostra città non può essere raccontato come una percentuale da contenere.

Fa parte della nostra comunità.

Quindi sì: evitiamo le classi ghetto.

Facciamo in modo che a scuola tutti siano riconoscibili.

Favoriamo
la conoscenza dell’italiano.

Ma senza fingere di aver scoperto oggi problemi e regole che esistono da anni e che attendono ancora risposte.

E soprattutto senza trasformare ogni questione educativa in un nuovo terreno di paura.


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