Cosa Voterò al Referendum sulla Giustizia

Voterò NO al referendum sulla giustizia.

Non perché pensi che la giustizia italiana funzioni bene.

Anzi: i problemi ci sono, e sono sotto gli occhi di tutti. I processi sono spesso troppo lunghi, gli uffici sono in difficoltà, tante persone si sentono sole e disorientate davanti alla macchina giudiziaria.

Ma proprio per questo non mi convince questa riforma.
Perché non affronta i problemi veri della giustizia. Non riduce i tempi. Non migliora i servizi. 

Non aiuta davvero i cittadini. 

Dal punto di vista dei cittadini, non c’è il rischio concreto di trovarsi dentro un processo con un Pubblico Ministero che poi, nello stesso procedimento, diventa giudice. 

Questa rappresentazione semplicemente non corrisponde alla realtà. Già oggi i ruoli sono distinti, e la riforma Cartabia ha reso il passaggio da una funzione all’altra eccezionale, possibile una sola volta e solo all’inizio della carriera, con il trasferimento di sede e vincoli molto rigidi.  Questa riforma non interviene su un problema vissuto davvero dalle persone, ma su una questione soprattutto più ideologica che utile a garantire ai cittadini una giustizia più giusta. Anzi il contrario.

Il rischio: un PM sempre meno magistrato e sempre più “superpoliziotto”

La preoccupazione più grande, per me, è questa.

La riforma non si limita a separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri che già c'è.
Crea anche due CSM distinti, uno per i giudici e uno per i PM, e cambia il modo in cui questi organi saranno composti. Inoltre, la Costituzione riformata non indica nemmeno con precisione quanti membri avrà ciascuno dei due nuovi Consigli: rinvia questa scelta a una legge successiva.

Per una parte dei componenti, quelli cosiddetti laici — cioè avvocati e professori di diritto — il Parlamento non eleggerebbe più direttamente i singoli consiglieri, ma sceglierebbe una lista di nomi da cui poi avverrebbe il sorteggio. Questo non significa che la politica controlli da sola tutto il sistema, ma significa che continua ad avere un ruolo nella formazione degli organi di autogoverno della magistratura, dentro un assetto però più frammentato e più delicato, soprattutto sul versante dei pubblici ministeri.

Ed è qui che nasce il timore.

Separando il PM non solo dal giudice, ma anche dal comune organo di autogoverno, il rischio è che il pubblico ministero si allontani sempre di più da quella cultura costituzionale della magistratura fatta di equilibrio, garanzie, rispetto dei diritti e senso del limite. E che si avvicini, invece, a una logica sempre più solo accusatoria, più vicina a un apparato investigativo che a una funzione di giustizia. Questo è uno dei timori emersi nel dibattito parlamentare e nelle critiche alla riforma.

Detto in modo semplice: il pericolo è che il PM diventi sempre meno magistrato e sempre più una specie di superpoliziotto sotto pressione del potere esecutivo.

Non nel senso che da domani dipenderebbe automaticamente dal Governo. La riforma non dice questo: nomine, trasferimenti, assegnazioni e valutazioni resterebbero ai nuovi Consigli superiori della magistratura. Però molti temono che un PM chiuso in un proprio circuito separato possa diventare, nel tempo, più isolatopiù esposto alla pressione politica e più facilmente spinto verso una cultura della sola accusa.

Ed è questo che non mi rassicura.

Perché il Pubblico Ministero non deve essere né uno strumento della politica né una figura ossessionata dalla condanna a tutti i costi. Deve restare un magistrato, con una funzione diversa da quella del giudice, ma dentro una stessa cultura costituzionale fatta di garanzie, limiti e tutela dei diritti.

L’Alta Corte disciplinare: un altro punto critico

La riforma toglie al CSM il potere disciplinare sui magistrati e lo trasferisce a una nuova Alta Corte disciplinare. Questo nuovo organo sarà composto da 15 membri, di cui 9 magistrati e 6 componenti esterni o di nomina esterna.

Il punto più delicato, però, non è solo la composizione generale dell’Alta Corte. È il fatto che saranno i collegi giudicanti interni a decidere i singoli casi disciplinari, e su questi collegi la riforma non dice abbastanza. Rimanda infatti a una legge successiva la loro composizione concreta, limitandosi a stabilire che i magistrati dovranno esservi rappresentati, senza chiarire in quale numero e in quale proporzione.

Questo apre un problema politico e istituzionale serio: una futura maggioranza parlamentare potrebbe modellare per legge questi collegi in un modo capace di aumentare il peso dei componenti non togati nei giudizi disciplinari. 

Una democrazia ha bisogno di equilibrio. In una democrazia la giustizia deve essere autonoma. Non deve piacere al potere. Deve poter fare il suo lavoro anche quando dà fastidio.

Per questo ogni riforma della magistratura dovrebbe essere fatta con prudenza.
Qui invece ho la sensazione che si voglia indebolire un equilibrio importante, presentando i contrappesi come un problema.

Ma i contrappesi non sono un ostacolo. Sono una garanzia per tutti.

C’è anche un problema politico di fondo

Questa riforma va letta anche dentro un clima politico più ampio.

C’è una destra che spesso fa fatica a confrontarsi con il diritto quando il diritto mette un limite.
Succede con il diritto costituzionale, quando i controlli, le garanzie e gli equilibri vengono raccontati come fastidi.
Succede anche con il diritto internazionale, quando si guarda con simpatia a leader e modelli politici che vivono le regole come un intralcio più che come una garanzia, che schiacciano senza problemi chiunque è vissuto come un ostacolo.
D'altronde questi che hanno pensato alla riforma sono gli stessi che dichiarano che sono per un diritto che vale fino ad un certo punto.  

È questo il punto che mi preoccupa: l’idea che ogni limite al potere sia qualcosa da ridurre o aggirare.

Perché voterò NO

Voterò NO perché questa riforma non risolve i problemi concreti della giustizia.
Voterò NO perché voglio una magistratura indipendente e democratica.
Voterò NO perché non voglio che il pubblico ministero si trasformi, poco alla volta, in un superpoliziotto.
Voterò NO perché credo che la democrazia abbia bisogno di equilibrio, di regole e di contrappesi.

Il referendum non riguarda uno slogan.
Riguarda l’idea di giustizia e di Stato che vogliamo difendere.

E io, su questo, scelgo di dire NO.

Torino, la violenza come alibi

Torino, l’altro ieri, ci ha consegnato l’ennesimo video da condividere con rabbia: un agente isolato, il corpo che cade, i colpi che arrivano, un atto condannabile.  E subito dopo il copione già visto: “Ecco come sono fatti”, “Ecco chi sono davvero”, “Altro che diritti”, “Altro che democrazia”.

Poi c'è un'altro pezzo di storia — quello che spesso sparisce a seconda di chi racconta — le cariche: manganellate su persone che, in quel momento, appaiono inermi, e lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, come riferiscono alcune testimonianze dal posto e come mostrano le immagini che stanno
circolando.

Colpisce soprattutto è la velocità con cui ci siamo sistemati dentro una storia già scritta: ognuno con la sua clip, ognuno con la sua sentenza.

Così scompaiono, come al solito, le tante persone e le tante ragioni che erano in strada: contro il riarmo, contro il governo, a difesa di spazi sociali che per una parte della città non sono “simboli”, ma pezzi di vita e di comunità. Una manifestazione grande, in larga misura pacifica — che nel racconto pubblico finisce schiacciata tra due immagini opposte.

Già nell’articolo “Un’urgenza politica nelle lotte per i diritti, la pace, la Palestina e l’Ucraina” di pochi mesi fa, mi ero soffermato su come la violenza non fa bene a nessuna causa, anzi la indebolisce: da l’alibi al potere di reprimere ogni tipo di dissenso. 

Qui torna utile Helder Câmaraarcivescovo cattolico brasiliano, che descriveva la spirale di violenza distinguendo senza ambiguità — e senza fare sconti a nessuno — tra tre livelli.

La prima violenza è l’ingiustizia strutturale del potere: quella che apre la frattura e alimenta esclusione, umiliazione, rancore sociale. La seconda violenza è la ribellione che diventa violenta: trasforma la protesta in scontro e brucia, spesso in un attimo, la possibilità di essere ascoltati. La terza violenza è la repressione, legittimata dalla seconda ed esercitata in nome dell’ordine: una risposta che colpisce, irrigidisce, allarga la ferita invece di chiuderla — e finisce per generare nuova ingiustizia, dando benzina al fuoco.

Câmara condannava tutte le violenze, ma rifiutava di metterle nello stesso sacco: proprio perché, se non si riconosce la prima, le altre due tornano. E la spirale ricomincia.

A Torino questo schema si vede bene. L’innesco è una ferita politica — lo sgombero del centro sociale Askatasuma, vissuto da alcuni come scelta legittima e da altri come sopruso che si inserisce dentro le scelte sul riarmo, le retoriche di guerra che chiedono unità e obbedienza, e la tendenza a restringere lo spazio del dissenso, a criminalizzare le piazze, a trasformare ogni protesta in minaccia. Così la catena corre: piazza, tensione, cariche, reazioni, feriti, video. Ogni passaggio diventa la giustificazione del successivo. Ognuno prende un frammento e lo usa come prova definitiva. E intanto la spirale si stringe: più paura, più odio, più voglia di “farla finita” con l’altro.

È così che funziona la spirale di violenza: ti prende quando smetti di vedere persone e inizi a vedere categorie. “I poliziotti”. “Gli antagonisti”. “I violenti”. “Lo Stato”. Etichette comode: non devi più ascoltare, non devi più capire, non devi più distinguere. Ti basta scegliere da che parte stare e urlare più forte.

E noi? Noi ci entriamo quando ci accontentiamo del frame. È lo stesso meccanismo che vediamo nei conflitti armati: la gara della conta dei morti. “Ne avete uccisi di più voi”. “No, di più noi”. Come se il dolore fosse una classifica. Come se i numeri servissero a fare giustizia, e non a costruire propaganda. Ogni vittima diventa un argomento, ogni argomento diventa benzina. E intanto spariscono le persone, restano solo le bandiere.

E invece no. Io non ci sto a questa sceneggiatura già scritta migliaia di volte.

Perché la verità — quella scomoda — è che nella spirale ci entrano in tanti, spesso senza neppure volerlo. Ci entra chi decide che lo scontro fisico è un linguaggio politico. Ci entra chi pensa che l’ordine pubblico sia l’unica grammatica possibile per governare la piazza. Ci entra chi vive di escalation, perché l’escalation produce identità, follower, consenso, carriere. Ci entra chi spaccia un video come una sentenza universale e ci costruisce sopra il suo piccolo tribunale quotidiano.

Mi rendo conto che anche questo discorso rischia di finire nel frame. Per questo provo a dirlo in modo più preciso: non serve compilare liste morali dentro i movimenti, serve una linea politica. E la linea è questa: la violenza non è “radicalità”, è un cambio di terreno che sposta tutto sull’ordine pubblico, regala al governo l’alibi della stretta e mette in difficoltà chi manifesta pacificamente.

Non lo dico per assolvere lo Stato: le cariche, le manganellate, i lacrimogeni usati male non sono “dettagli”, sono parte della spirale. Lo dico perché se vogliamo difendere davvero il diritto di dissenso, dobbiamo togliere benzina all’ingranaggio: tenere aperto lo spazio politico, non consegnarlo alla guerra di immagini. Per questo è necessario fermarsi un passo prima. Condannare la violenza, tutta, senza ambiguità. Ma anche rifiutare che venga usata come pretesto: per cancellare le distinzioni, restringere diritti, criminalizzare il dissenso, normalizzare l’eccezione. Perché quando la risposta è solo forza, la politica abdica. E quando la politica abdica, la spirale non si spezza: si istituzionalizza.

Certo servirebbero movimenti più maturi ma sopratutto una politica credibile. Perché la maturità non nasce per decreto, né si impone con gli appelli. Si costruisce quando c’è una linea riconoscibile, quando le parole hanno un seguito nelle scelte, quando c’è una politica che se governa non chiede responsabilità mentre arretra sulla pace e è ambigua il riarmo.

È inutile invocare nonviolenza come valore astratto se poi la politica accetta la logica della guerra e del nemico come orizzonte inevitabile. In questo scarto si perde autorevolezza. Ed è in questo vuoto che la spirale trova spazio.

Torino non è un caso isolato. È uno specchio.

La domanda non è da che parte stare in una rissa già raccontata.
La domanda è se vogliamo continuare a girare dentro lo stesso ingranaggio — o se siamo ancora capaci di romperlo.



Cosa Voterò al Referendum sulla Giustizia

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